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Il ruolo degli investitori istituzionali nella corporate governance anche alla luce delle riforme in Italia e UK

Informazioni tesi

  Autore: Trissi Pareschi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Diritto dell'impresa
  Relatore: Antonio Nuzzo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 222

Mentre si sollevava il dibattito sul miglioramento dei sistemi di corporate governance, si assisteva ad un aumento incredibile della crescita dei gestori del risparmio collettivo, circostanza che ha fatto sì che prima la dottrina e successivamente i legislatori spostassero la loro attenzione sugli investitori istituzionali come potenziale rimedio ai diversi problemi di agenzia.
Il bagaglio informativo, la professionalità e gli ingenti capitali, che dopo essere stati raccolti venivano in gran parte investiti nelle società quotate facevano assumere agli investitori istituzionali una posizione del tutto diversa da quella dei piccoli risparmiatori, tradizionalmente e logicamente apatici, rendendo possibile, o perlomeno, auspicabile, una loro azione di monitoraggio nei confronti del management o del gruppo di controllo.
Sulla scia di questi dibattiti, nonchè spinti proprio dalle istanze degli stessi investitori istituzionali, i legislatori hanno iniziato a rivisitare le regole di governance, con l'obiettivo di rivitalizzare maggiormente le assemblee e i diritti di "voice" degli azionisti che detenessero quote significative.
Nonostante molta fosse l’attenzione rivolta dai legislatori agli investitori istituzionali e altrettanto elevata fosse l’aspettativa di un loro coinvolgimento, questi ultimi non sembravano, tuttavia, aver abbandonato definitivamente quel tradizionale atteggiamento di passività orientato all’utilizzo dell’exit piuttosto che alla voice. Comportamento questo dettato da una serie di ostacoli che gli investitori istituzionali incontrano nel divenire attivi, tra i quali indubbiamente l’ordinamento risultava essere uno dei maggiori.
Consci di questa circostanza, i legislatori iniziarono a nutrire il desiderio di porre maggiore attenzione a queste questioni nel riformare il diritto societario, e quindi di costruire un quadro normativo che eliminasse le strozzature che impediscono la valorizzazione degli investitori istituzionali come protagonisti della vita societaria e che prevedesse un’incentivazione all’utilizzo degli istituti nonché una loro semplificazione.
Nel presente lavoro si voleva verificare se la riforma inglese e quella italiana, che nelle loro premesse tanta attenzione avevano riposto sugli investitori istituzionali e sulle minoranze qualificate, siano state poi, all’atto pratico, in grado di offrire impulsi adeguati e di rimuovere taluni ostacoli causa di passività degli investitori qualificati. L’interrogativo non verteva quindi sull’eventualità che l’attivismo fosse più o meno utile, bensì sulla possibilità che un maggior attivismo fosse realizzabile, su come i legislatori, attraverso il recente Companies Act, da un lato, e la legge sul risparmio e alcuni strumenti di autodisciplina, dall’altro, abbiano cercato di incrementarlo ed, infine, se questi interventi siano potenzialmente in grado di riuscire nel loro intento.

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5 INTRODUZIONE Dagli anni ottanta la libertà di circolazione dei capitali ha portato ad uno straordinario aumento della mobilità internazionale di quest’ultimi, tale da offrire la possibilità, da un lato, agli imprenditori di trasferire le proprie imprese in quei paesi che garantivano un sistema giuridico e giurisdizionale più confacente alle esigenze, dall’altro, agli investitori istituzionali, e in genere ai risparmiatori, di spostare i propri capitali, soprattutto quelli investiti in titoli azionari, nelle imprese dei paesi dove si registravano maggiori garanzie per quanto attiene alla trasparenza dei mercati e alla tutela degli interessi degli azionisti. Da queste opportunità derivava una nuova forma di concorrenza tra Stati, basata sull’efficienza dei sistemi di corporate governance, che spingeva i legislatori nazionali alla ricerca e all’adozione di regole migliori. Pur con caratteristiche e entità differenti, i diversi modelli di governance mostrano inevitabilmente delle intrinseche inefficienze. Mentre in Inghilterra, caratterizzata da società a proprietà diffusa, dove mancano azionisti-imprenditori interessati alla gestione quotidiana, si lamentano gli alti costi necessari per monitorare il management, onde evitare che quest’ultimo, libero dal vaglio costante dei soci, possa assumere comportamenti abusivi, in Italia, al contrario, dove le società sono contraddistinte dall’alta concentrazione tra proprietà e controllo, il problema di agenzia si pone tra amministratori-azionisti di maggioranza e azionisti di minoranza. In questo tipo di governance il problema si identifica nella possibilità che gli amministratori si approprino delle ricchezze sociali, non per tornaconto personale, bensì a favore degli azionisti di maggioranza dei quali sono espressione.

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