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La gestione dei rischi operativi diretti e indiretti nelle banche: un modello di riferimento

Informazioni tesi

  Autore: Daniele Fontanili
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze dell'economia
  Relatore: Paola Schwizer
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 203

La tesi ha l'obiettivo di individuare un modello di riferimento per la gestione dei rischi operativi. Il modello è composto da tre elementi: una definizione allargata di rischio operativo, che comprenda anche rischio reputazionale, rischio di compliance e rischi di progetto; una struttura organizzativa efficiente ordinata gerarchicamente secondo le indicazioni della Circolare 263 della Banca d'Italia con l'aggiunta dell'individuazione della funzione di compliance e delle relative caratteristiche; un progetto di gestione del rischio, composto da indentificazione (mappatura dei processi o BL), valutazione (self assessment), monitoraggio (reporting e KRI), mitigazione (coperture assicurative e derivate)

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5 Introduzione L’attenzione al rischio operativo nell’industria bancaria da parte di studiosi e operatori è piuttosto recente: essa risale, infatti, a non prima della metà degli anni ’90, alimentata specialmente da nuovi orientamenti metodologici e organizzativi adottati da intermediari con vocazione internazionale. Le motivazioni all’origine dell’interesse verso questa tipologia di rischio, fino ad allora lasciata in ombra (se non per specifiche tipologie di rischio come frodi ed errori nel trattamento delle operazioni) nonostante la piena consapevolezza della sua esistenza, sono le più disparate. Tra queste la crescita dimensionale delle banche, che da un lato ha condotto ad una maggiore complessità organizzativa delle aziende di credito e dei gruppi bancari, dall’altro ha arricchito l’articolazione operativa dei soggetti coinvolti nello sviluppo tramite la nascita di nuovi business, come il risparmio gestito e la distribuzione multicanale, in cui si annidano potenziali perdite per rischi operativi. L’ampliamento dimensionale tramite fenomeni di M&A assume peraltro un’ulteriore connotazione di rilievo, in quanto è fonte di potenziali distorsioni nei processi di integrazione tra i sistemi operativi e informativi delle imprese interessate dall’integrazione. Varie fattispecie di rischio operativo sono poi rintracciabili nei massicci investimenti tecnologici attuati dalle banche (errori umani e difetti dei sistemi), nel collegato sviluppo dell’e-commerce e dell’e-banking (frodi esterne, problemi di sicurezza, criminalità informatica) e nell’outsourcing dei processi produttivi (incertezze circa la suddivisione delle responsabilità), tutti fattori di rischio esplicitati dal Comitato di Basilea. Anche il carattere illiquido del rischio operativo, dovuto alla scarsità di strumenti concepiti per la sua copertura, ha senz’altro contribuito a sollecitare l’attenzione, analogamente al verificarsi di eventi che hanno dimostrato al mondo quali potenzialità catastrofiche potessero avere i rischi operativi. Un ulteriore stimolo è derivato dall’orientamento degli organismi di supervisione: la regolamentazione deve fronteggiare non solo l’aumento dell’incidenza dei rischi operativi, ma anche il fatto che le tecniche di copertura disponibili consentono agli intermediari di sostituire un tipo di rischio con un altro. E’ in effetti probabile che la normativa, che prevede requisiti patrimoniali per rischi di credito e di mercato, abbia creato un forte incentivo alla loro riduzione attraverso cartolarizzazioni, derivati, varie

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