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La riforma della legislazione sulle società cooperative con particolare riferimento alle possibilità di finanziamento delle imprese

Informazioni tesi

  Autore: Giovanni Guerriera
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia bancaria
  Relatore: Franco Belli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 44

La disciplina generale delle società cooperative era in passato ed in parte lo resta ancora oggi, particolarmente articolata e complessa per il sovrapporsi nel tempo di diversi corpi normativi .
Oltre al codice civile (artt. 2511-2545 c.c.) la disciplina era, infatti, integrata e completata in più punti dalla c.d. legge Basevi (d.lgs. C.P.S. 14 dicembre 1947, n. 1577), a sua volta modificata in più riprese.
Ulteriori modifiche furono portate dalla legge 59/1992 che con il riconoscimento dei soci sovventori (art. 4) mirava ad agevolare la raccolta di capitale di rischio da parte delle cooperative.
A questo dobbiamo aggiungere leggi speciali, anche a carattere regionale, volte a regolare ed incentivare particolari manifestazioni cooperative: è il caso di cooperative agricole, di credito, di pescatori, d’artigiani e di cooperative che perseguono specifici fini sociali agevolate sotto il profilo creditizio e tributario, come le cooperative per la promozione dell’occupazione giovanile nel mezzogiorno (legge 28 febbraio 1986, n. 43) e delle cooperative sociali per la gestione di servizi socio-sanitari e per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (legge 8 novembre 1991, n. 381).
I limiti ante-riforma possono essere così sintetizzabili:

a) non consente alle imprese in forma cooperativa di acquisire capitale di rischio nella misura necessaria per far fronte alle esigenze che i mercati in cui operano pongono a tutte le imprese;
b) non prevede strumenti di governo societario che incentivino nella misura necessaria l’efficienza e la qualità delle gestioni;
c) presenta, come del resto quello della società per azioni sul quale è modellato, una rigidità incompatibile con la complessità e la profonda articolazione che distinguono il mondo cooperativo in relazione sia alla dimensione delle imprese sia al tipo di attività esercitata.

La riforma del diritto societario approvata con il d.lgs. n. 6 del 2003 rappresenta un evento di gran rilievo nella storia della legislazione cooperativistica giacché è rinnovato l’intero impianto dell’impostazione civilistica, mantenendo sostanzialmente immutati soltanto tre articoli (gli artt. dal 2546 al 2548, c.c.), in tema di mutue assicuratrici ed assicurando la sopravvivenza di modelli cooperativi alternativi rispetto al codice, quali le cooperative di credito e le cooperative sociali.
La riforma ha inteso promuovere l’efficienza e la competitività sul mercato dell’impresa cooperativa, senza però snaturare la funzione mutualistica e sociale .
L'art. 5 comma 1, lett. a), della legge delega n. 366/2001, con una previsione di carattere generale, afferma che la riforma dovrà “assicurare il perseguimento della funzione sociale delle cooperative e dello scopo mutualistico dei soci cooperatori”.
Fondamentale per l’interpretazione di quest’articolo è la Relazione alla stessa legge, che, al paragrafo 15 mette in evidenza come può essere sbagliata una distinzione netta tra funzione sociale delle cooperative e scopo mutualistico dei cooperatori. Una tale interpretazione frantumerebbe l’unitarietà della cosiddetta causa mutualistica, tradizionalmente propria sia della società sia dei soci, facendo dello scopo mutualistico un elemento funzionale della sola partecipazione sociale e non anche un connotato dell'attività della società.
La funzione sociale è un valore che la cooperazione possiede proprio per il suo particolare scopo, e, in misura minore, per la sua particolare organizzazione; essa dipende dal loro scopo mutualistico, dall’assenza in loro di fini di speculazione e dalla loro organizzazione democratica .
La riforma attribuisce alle cooperative una funzione sociale che è un requisito dell’intero fenomeno: sia che si parli di cooperative “costituzionalmente riconosciute” che di cooperative “diverse” da quest’ultime; attribuzione che è loro riconosciuta poiché storicamente propria. L'art. 5 della delega, nonostante le apparenze, è dunque ispirato ad una visione fondamentalmente unitaria del fenomeno; e ciò impone un’interpretazione della riforma che non ignori e non trascuri quest’importante premessa .

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CAPITOLO PRIMO L’evoluzione storica del movimento cooperativo in Italia 1. Le origini delle cooperative La radice essenziale della cooperazione è da sempre costituita dal mutuo soccorso; le due forme associative sono unite da un legame d’esperienze, di mentalità e di moralità; ed è consistente una generazione diretta d’attività cooperative delle società mutualistiche. Il mutuo soccorso nasceva come fenomeno rilevante alla metà dell'Ottocento grazie all’autorizzazione dello Statuto Albertino che concedeva libertà di associazione, ma ha origini precedenti 1 . Osservando questo fenomeno, si evidenziava un tenue legame con le vecchie corporazioni, disciolte da non molti anni 2 . L'elemento innovativo era il tentativo di far fronte ai primi timidi sviluppi industriali ed ai problemi sociali che si ponevano in nuovi modi. Era in questo ambiente che si evidenziava la libera attività degli imprenditori dell’epoca che cercavano mano d’opera a buon prezzo ma anche maestranze disciplinate non prive di una qualche qualificazione 3 . Il mutuo soccorso si presentava in Italia come una reazione che prendeva spunto sia dalla crisi dei vecchi ordinamenti, ma soprattutto dai nuovi e radicali rivolgimenti economici e sociali. È dal mutuo soccorso, infatti, che si svilupperanno la resistenza, la cooperazione e l’organizzazione politica, filoni importanti della nostra storia. Anche il nuovo Stato unitario ne evidenziava il fenomeno pubblicando nel 1864 una statistica delle società di mutuo soccorso al 31 dicembre del 1862 da parte del Ministero di Agricoltura pubblica; il Ministro ne esaltava nella relazione l’elemento dell’autonomia rilevando come queste società rappresentavano “una delle più generose istituzioni dei nostri tempi che nacque spontaneamente fra le classi popolari, che ne profittarono, e che nulla chiedono all’Amministrazione, se non la sicurezza della libertà” 4 . 1 In particolare ZANGHERI R., Nascita e primi sviluppi, in Storia del movimento cooperativo in Italia 1886- 1986, Torino, 1987, p. 5, chiarisce che c’è in alcuni aspetti della cooperazione, decisivi nel caso italiano, una diversa logica sociale, un salto che diverrà evidente negli anni ’80 del XIX secolo e dopo: infatti, non sono più solo gli occupati che cercano nel mutuo soccorso una qualche sicurezza contro le malattie, gli infortuni, la vecchiaia, ma i disoccupati che si uniscono per trovare e organizzare lavoro. Fra questi due poli si collocano forme di cooperazione di consumo, di credito, di abitazione, che spesso derivano da iniziative mutualistiche o coesistono con esse. 2 DAL PANE L., Il tramonto della corporazione in Italia (secoli XVIII e XIX) , Milano, 1940. 3 ZANGHERI R., Nascita e primi sviluppi, p. 5. 4 CAVOUR C., La sollevazione operaia di giugno e il socialismo, in Scritti di Economia cit., p. 385. 1

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Parole chiave

1. aspetti salienti dello scopo mutualistico
1. le origini delle cooperative
2. i canali di finanziamento della cooperativa
2. il codice di commercio del 1882
2. il principio della “porta aperta”
3. cooperative a “mutualità prevalente”
3. dalla legge basevi, attraverso il congresso
3. nuove forme di finanziamento
4. la costituzione della società cooperativa
codice civile del 1942
cooperativa spuria
cooperative “diverse
la riforma della legislazione sulle società coop
le possibilità di finanziamento
miniriforma del 1971
riforma società cooperative
società cooperative

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