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Lo psicologo e l'ospedale: tra dimensione organizzativa e analisi istituzionale

Informazioni tesi

  Autore: Barbara De Franchis
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Psicoterapia di gruppo
Anno: 2003
Docente/Relatore: Perna Colamonico
Istituito da: Iter: Istituto Terapeutico Romano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 44

La tesi racconta un esperienza di lavoro psicologico come consulente all'interno di un ospedale generale. Vengono sottolineate le difficoltà collusive che lo psicologo incontra rispetto alla discrepanza tra dinamiche "organizzative" e dinamiche "istituzionali" (inconscie). Oltre all'esperienza vissuta la tesi utilizza spunti teorici di riflessione presi dai maggiori studiosi di gruppoanalisi che si sono occupati dell'approfondimento delle dinamiche relazionali all'interno delle strutture ospedaliere.

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2 Premessa L’idea di questa tesi nasce dal desiderio di coniugare il modello teorico gruppoanalitico appreso durante i quattro anni della scuola di specializzazione con una esperienza professionale iniziata da tre anni come consulente psicologa a contratto libero professionale (co-co-co) all’interno di un ospedale generale. L'impatto iniziale è stato molto duro: da una parte i problemi di identità professionale legati anche al passaggio da una immagine di studente-apprendista al progressivo consolidamento di una immagine professionale più stabile che potesse soddisfare i bisogni di riconoscimento. Dall'altra una istituzione meridionale (Ospedale Buccheri La Ferla di Palermo) permeata dalla logica dell'assistenzialismo e del clientelismo a scapito della promozione, se non del cambiamento, quanto meno di un interesse alla rispondenza alla domanda sociale, ovvero alle logiche di efficacia- efficienza in relazione agli obiettivi dichiarati. In tale contesto, nel migliore dei casi, si ritrova una certa tolleranza rispetto ad apporti psicologici spesso mal compresi ed equivocati nei loro metodi e scopi; più frequentemente si ritrova invece una volontà di ostacolare la strutturazione di uno spazio per una competenza non controllabile (spesso sentita come non “remunerativa-produttiva" in termini assistenziali-clientelari) attraverso dinamiche di esclusione, non-riconoscimento e rifiuto per la cultura ed il lavoro psicologici. Collusivamente anche lo psicologo che si trova a lavorare in ospedale ha difficoltà a gestire il rapporto con l'istituzione ospedaliera per le ansie personali di inadeguatezza collegate ai bisogni di riconoscimento, definizione e stabilizzazione professionale rispetto ad un contesto dove modelli molto diversi dal proprio (modello medico) godono di una supremazia pressoché totale rendendo improbabile la sopravvivenza di approcci alternativi. Allo psicologo non resta dunque che aggrapparsi a modelli di intervento pseudo-medici o appropriarsi di uno spazio privato ed isolato dentro il quale esplicare una qualche attività più "psicologica" (per es. una stanza nella quale trincerarsi per fare colloqui) illudendosi che in essa non penetrino le dinamiche istituzionali. Questo sforzo di "privatizzazione" è comprensibile rispetto alla perversione dell'istituzione ospedaliera, ma è collegato anche ad un ideale del lavoro di tipo esclusivamente psicoterapeutico, metodologicamente inadeguato rispetto alla integrazione reale dello psicologo all'interno dell'organizzazione-istituzione ospedaliera, laddove uno sforzo "psicologico-clinico" potrebbe invece portare ad una rivisitazione del ruolo, con un effetto benefico sia per lo psicologo che per l'istituzione stessa.

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