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Donne che curano: per un'ontologia medica

Informazioni tesi

  Autore: Giulia Pedrotti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze etno antropologiche
  Relatore: Giovanni Pierini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 96

Le conclusioni che si traggono da quanto scritto, rimangono puramente soggettive e possono essere da ognuno interpretate secondo i propri modi di vedere il mondo.
Tuttavia, non si può ignorare quanto la tradizione medica antica, popolare, contadina e medievale soprattutto femminile, Ildegarda in primis, abbia smosso, magari in modo sotterraneo, le basi filosofiche della medicina, e quindi della salute, della malattia, della terapia e della guarigione, ma anche della vita e della morte. Stando alle recenti scoperte in campo scientifico, si tratta di un’ontologia medica che oggigiorno rivendica piena dignità.
Il nostro viaggio all’interno della ontologia medica al femminile ha infatti permesso di illuminare una parte della filosofia medica altra come incubatrice del connubio fecondo tra discipline scientifiche e filosofiche, e come continuazione del complesso teorico e pragmatico della più ampia Tradizione.

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6 Nonostante tutte le ricerche empiriche e filosofiche che sono state compiute e, in misura molto maggiore, tutto quello che è stato scritto, i sistemi di cura non convenzionali, in particolar modo quelli di uno specifico luogo o etnia, rimangono ancora un’ enigma. Per poter studiare sistemi di cura alternativi a quelli proposti dalla medicina ufficiale odierna e occidentale, il problema risulta amplificato dal fatto che all’interno di una ricerca sul campo molte variabili, spesso non immediatamente afferrabili alla mente razionale e logica, possono mutare nel tempo e nello spazio, depistando magari un progetto di analisi e ricerca epistemologicamente valido. Il fatto che agiscano elementi fortemente soggettivi in un contesto di guarigione e cura (accompagnato da strumenti e supporti peculiari e specifiche tecniche consolidate dalla Tradizione, così come apparati idealistici, religiosi, pratici,…), sia dalla parte del terapeuta-guaritore-medico sia da quella del beneficiario, sottolinea il problema che non sempre è possibile analizzare un evento in modo definitivo e oggettivo. Aggiungo peraltro che nel caso di una ricerca da parte di terzi, un ulteriore soggetto esterno più o meno empaticamente e fisicamente partecipe alla situazione presa in esame, si configura come un elemento che funge esso stesso da variabile interpretativa del fenomeno. Fenomeno del quale può fornire solo una porzione di verità, ossia il suo specifico punto di vista. Questo limite è comprovato dalle ricerche nel campo della fisica, in particolar modo quella della meccanica quantistica, che dimostra come l’osservatore (il nostro terzo “incomodo”) modifichi la realtà oggetto di attenzione attraverso la propria coscienza, così dimostrandosi più o meno inconsciamente compartecipe dell’andamento dell’evento osservato. Vorrei qui aprire una breve parentesi e soffermarmi su quest’ultimo punto in quanto è fondamentale per l’approccio medico-antropologico e le tematiche che andremo ad affrontare. Esattamente quale ruolo gioca la coscienza dell’osservatore, in particolar modo nell’iter di guarigione? A questa domanda rispondo ricollegandomi al mondo della meccanica dei quanti. Il principio di indeterminazione, scoperto e definito da Werner Heisenberg nel 1927 dimostra che l’osservazione di un fenomeno condiziona e modifica il fenomeno stesso. Letteralmente afferma che attraverso l’osservazione non è possibile conoscere, contemporaneamente, sia la posizione sia la direzione in cui si muove una particella subatomica; sostanzialmente dimostra che non è possibile conoscere pienamente la realtà attraverso l’osservazione. Questo principio compromette in modo inequivocabile la possibilità di utilizzare l’osservazione di un fenomeno come prova certa della sua verità. La verità, pertanto, può essere solo immaginata e considerata in termini di probabilità, perché quello che osserviamo non è la

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