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La ''democrazia protetta'': un dibattito politico italiano (1950-1953)

Informazioni tesi

  Autore: Ilenia Rossini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze storiche
  Relatore: Giovanni Sabbatucci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 181

All’inizio degli anni ’50 si sviluppò in Italia un serrato dibattito sulla “democrazia protetta”, espressione che indica un insieme di norme che vietano i comportamenti volti a scardinare la costituzione e l’ordinamento democratico di uno stato. Il tentativo del governo centrista di “proteggere la democrazia” si esplicò principalmente lungo tre direzioni: la mancata emanazione di alcune leggi di attuazione della Costituzione, il tentativo di varare una legislazione speciale, principalmente diretta verso i comunisti (che tuttavia non fu mai approvata), e la legge elettorale del 1953 (la “legge truffa”).
Il tentativo di instaurare una “democrazia protetta” fu giustificato dal governo e delle forze di maggioranza con la necessità di contrastare il “pericolo comunista”, che avrebbe potuto far diventare l’Italia una preda dell’espansionismo sovietico. Solo inserendo gli avvenimenti italiani nel contesto bipolare mondiale, infatti, si può capire la necessità avvertita dal governo di intraprendere un’azione di difesa dello “stato democratico”. Le dinamiche internazionali, tuttavia, si innestavano su un fondo di anticomunismo insito in molte frange dei partiti della maggioranza.
La propaganda contro i comunisti, che avrebbero costituito una “quinta colonna” del bolscevismo sovietico in Italia, assunse toni martellanti e ripetitivi che, per questo, diventarono cultura condivisa nell’opinione pubblica.
Questa ricerca verte sul dibattito che scaturì a partire dalla presentazione da parte del governo di quella serie di disegni di legge che avrebbero dovuto limitare l'influenza e la libertà d’azione dei comunisti e dei socialisti, portando ad una sostanziale “sospensione della Costituzione”. Saranno presi in esame innanzitutto i provvedimenti in sé e, laddove ci fu, il dibattito parlamentare che li accompagnò; per una maggiore completezza, ho ritenuto opportuno integrare l’analisi con le posizioni che assunsero i diversi esponenti della maggioranza e dell’opposizione nei confronti di queste misure negli interventi pubblici e negli articoli in cui venivano commentate.
I provvedimenti saranno analizzati secondo il loro ordine cronologico di presentazione al Parlamento – e non secondo quello della loro discussione – in quanto ognuno di essi è emblematico del periodo in cui fu elaborato ed assume importanza in relazione agli altri provvedimenti coevi. Particolare rilevanza assume, in quest’ottica, l’inizio della guerra di Corea nel giugno 1950, che fece avvertire con maggiore preoccupazione il pericolo comunista: la ricerca inizia proprio con la reazione agli avvenimenti coreani, anche se già nei mesi precedenti si erano avuti dei larvati tentativi di prendere dei provvedimenti volti a reprimere quelle forme di opposizione popolare che erano il cardine dell’attività comunista. Tra la fine del 1950 e l’inizio del 1951 iniziò l’iter parlamentare di quella serie di misure che furono definite come il primo ciclo di “leggi eccezionali” e che si rivolgevano soprattutto alla difesa del corretto funzionamento della vita economica del paese: le opposizioni criticarono duramente questi provvedimenti, accusando il governo di voler accrescere i suoi poteri in campo economico e di voler sopprimere quel diritto di sciopero chiaramente previsto dalla Costituzione, facendolo rientrare a vario titolo nelle categorie di «pericolo per l’incolumità pubblica», «moti sediziosi» o «sabotaggio economico». La legge che avrebbe represso tutti i partiti con finalità antidemocratiche, definita come “polivalente”, è invece il cardine del secondo ciclo di “leggi eccezionali”, che comprendeva provvedimenti restrittivi del diritto di sciopero e della libertà di stampa.
È necessario, comunque, tener presente che queste misure non furono mai approvate (e spesso neanche discusse) dalle camere e che decaddero con la fine della legislatura: ciò dimostra che la loro progettazione, più che corrispondere ad un reale pericolo avvertito dal governo, fu di tipo strumentale, in quanto serviva alla Dc per far fronte alle pressioni che subiva da più fronti. Queste misure, però, ebbero una grande influenza sul sentire condiviso del paese in quanto legittimavano – e incoraggiavano – nella pratica, anche se non legalmente, una serie di diffusi atteggiamenti discriminatori e repressivi verso le forze di sinistra e le rivendicazioni dei lavoratori: per questo motivo, nonostante la mancata approvazione, non possono essere sottovalutate né considerate non pericolose per l’assetto democratico italiano.

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INTRODUZIONE. Il dibattito sulla “democrazia protetta” nell’Italia dei primi anni ’50 All’inizio degli anni ’50 si sviluppò in Italia un serrato dibattito sulla “democrazia protetta”, espressione che nell’uso comune indica «il complesso dei meccanismi repressivi che gli assetti democratici attivano nei confronti di veri o presunti nemici» 1 . Più precisamente, essa consiste «in un insieme di “regole che vietano e sanzionano i comportamenti volti a scardinare la Costituzione stessa”, ovvero nella difesa delle istituzioni che caratterizzano un ordinamento, del “nucleo centrale… della forma di Stato”» 2 . Il tentativo del governo centrista di “proteggere la democrazia” si esplicò principalmente lungo tre direzioni: • l’inadempimento costituzionale; • il tentativo di varare una legislazione speciale, principalmente diretta verso i comunisti; • la legge elettorale del 1953, comunemente nota come “legge truffa”. Quando si parla, secondo la fortunata espressione coniata da Calamandrei 3 , di “inadempimento costituzionale” ci si riferisce alla mancata emanazione di alcune leggi di attuazione della Costituzione, per questo definita «Costituzione inattuata» 4 . Particolarmente importante fu la mancata attuazione della Corte Costituzionale, organo che avrebbe dovuto decidere sulla costituzionalità delle leggi ordinarie. Secondo il giurista Calamandrei questo fatto era paradossale, in quanto il Parlamento era stato «lasciato […] praticamente libero di emanare in contrasto colla Costituzione quante leggi ordinarie avesse voluto, fino a quando non gli saltasse in testa di provvedere da sé stesso a dar vita a quella Corte costituzionale che avrebbe dovuto servire ad impedirglielo!» 5 . Gli altri istituti rimasti incompiuti furono il Consiglio superiore della Magistratura, l’ordinamento regionale, il referendum, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro 6 . Parallelamente a ciò, rimasero in vigore i codici – in particolar modo i codici penali, in cui sopravviveva «in maniera tanto più pericolosa quanto più subdola, il freddo spirito inquisitorio e poliziesco del fascismo» 7 – e le leggi speciali – soprattutto quelle riguardanti il mantenimento dell’ordine pubblico – emanati dal regime fascista. Secondo Calamandrei, il 1 A. Di Giovine (a cura di), Democrazie protette e protezione della democrazia, Giappichelli, Torino 2005, p. 8. 2 S. Ceccanti, Le democrazie protette e semi-protette da eccezione a regola. Prima e dopo le Twin Towers, Giappichelli, Torino 2004, p. 13. 3 «Il periodo legislativo che va dal 18 aprile 1948 al 7 giugno 1953 passerà alla storia come il quinquennio dell’inadempimento costituzionale»: P. Calamandrei, La Costituzione e le leggi per attuarla, in AA.VV., Dieci anni dopo: 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Laterza, Roma-Bari, 1955, p. 226. 4 Ivi, p. 211. 5 Ivi, p. 224. 6 La Corte costituzionale e il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro furono attuati nel 1957, il Consiglio superiore della Magistratura nel 1959, l’ordinamento regionale ed il referendum nel 1970. 7 P. Calamandrei, La Costituzione e le leggi per attuarla, cit., p. 252. 3

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Parole chiave

1950
anticomunismo
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democrazia cristiana
democrazia protetta
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