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Gli accordi di ristrutturazione dei debiti nel quadro della riforma della legge fallimentare

Informazioni tesi

  Autore: Silvia Mugheddu
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Silvia Mugheddu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 39

Con il D. lgs. N. 35 del 2005 è stato, quindi, inserito nella nuova legge fallimentare l’ art. 182 bis sugli accordi di ristrutturazione dei debiti .
Tale norma rappresenta sicuramente un’importante innovazione nel nostro ordinamento giuridico in quanto riconosce positivamente la possibilità di una soluzione stragiudiziale della crisi d’impresa.
Tuttavia l’articolo in questione prevede al suo interno una disciplina per certi aspetti lacunosa, che dà luogo a numerosi interrogativi, la cui risoluzione è rimessa alla difficile opera dell’interprete.
Fra questi il più significativo riguarda la stessa natura degli accordi di ristrutturazione dei debiti. Ci si chiede, infatti, se essi siano una forma semplificata di concordato preventivo, con cui è possibile ottenere gli stessi risultati in tempi minori, o piuttosto una fattispecie negoziale autonoma, a sè stante ed alternativa rispetto al primo.
....Sulla questione la dottrina ha espresso due orientamenti nettamente contrapposti....Sulla questione la dottrina ha espresso due orientamenti nettamente contrapposti.

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1 1- IL SISTEMA DELLE PROCEDURE CONCORSUALI E LE RAGIONI DI UNA RIFORMA Prima del varo definitivo della nuova legge fallimentare, avvenuto il 9 gennaio del 2006 con il D. lgs. N. 5, da tutti era ormai avvertito lo stato di obsolescenza della vecchia normativa, contenuta nel R. D. n. 267 del 16 marzo 1942, la quale non era più considerata adeguata e congeniale a soddisfare tutta una serie di esigenze che l’evolversi dei tempi aveva portato alla luce 1 . Il fine principale, che caratterizzava il complessivo impianto della vecchia legge fallimentare, era quello di estromettere l’imprenditore fallito dal mercato. Il dissesto dell’imprenditore era, infatti, concepito come una colpa e, di conseguenza, le procedure concorsuali venivano utilizzate come vere e proprie sanzioni nei confronti del debitore insolvente. Il contesto normativo di riferimento, appariva ad alcuni inidoneo a promuovere l’iniziativa economica, in quanto la rigida disciplina fallimentare aveva l’effetto di scoraggiare il soggetto privato dall’assunzione del rischio d’impresa 2 . Inoltre l’eccessiva lunghezza delle procedure concorsuali, caratterizzate al loro interno da numerose fasi e da controlli dell’autorità giudiziaria comportanti un elevato dispendio di tempo e mezzi, le rendeva strumenti di soluzione della crisi d’impresa complessi, e capaci, il più delle volte, di realizzare solo dei modesti risultati 3 . In particolare, le procedure liquidatorie comportavano, mediamente, il soddisfacimento dei creditori chirografari nella misura del 10% (perciò una percentuale sostanzialmente irrisoria), mentre, le procedure conservative, finalizzate appunto alla conservazione dell’impresa, difficilmente riuscivano in concreto a raggiungere l’obiettivo 4 . Le procedure concorsuali minori (il concordato preventivo e l’amministrazione controllata) erano caratterizzate da una eccessiva rigidità, che ne impediva un uso diffuso e proficuo. In base alla normativa contenuta nella vecchia legge fallimentare, il concordato doveva assicurare ai creditori privilegiati il soddisfacimento integrale dei loro crediti e a quelli chirografari la distribuzione di una percentuale minima del 40% di quanto loro dovuto. Non era prevista alcuna possibilità di suddivisione dei creditori in classi omogenee e di un loro trattamento differenziato (come avveniva, invece, in legislazioni straniere). Conseguentemente il debitore che non fosse stato in grado di soddisfare i propri creditori nella misura prevista dalla legge incorreva necessariamente nella dichiarazione di fallimento 5 . Il vecchio sistema normativo si caratterizzava, inoltre, per una vasta area di esenzioni soggettive che di fatto circoscrivevano l’applicazione degli istituti concorsuali al solo imprenditore commerciale medio–grande. 1 Per una ricognizione delle problematiche connesse alla legge fallimentare del 1942 si veda U. APICE, Le ragioni di una riforma, in Il sole 24 ore. Diritto e pratica del fallimento, febbraio, 2006, 7. 2 L’inidoneità della vecchia disciplina concorsuale ad incentivare l’iniziativa economica privata viene rilevata da U. APICE, op. cit., 7 e da P. VALENSISE, Articolo 182 bis. Accordi di ristrutturazione dei debiti in NIGRO – SANDULLI, La riforma della legge fallimentare, Giappicchelli, Torino, 2006, 1082, oltre che dalla Relazione Generale allo Schema di disegno di legge recante “Delega al Governo per la riforma organica della disciplina della crisi di impresa e dell’insolvenza” della Commissione Trevisanato bis. 3 Vedi in tal senso U. APICE, op. cit., 7 e la sopra citata Relazione Generale della Commissione Trevisanato bis. 4 I dati riportati nel testo sono tratti dalla Relazione Generale della Commissione Trevisanato bis, la quale rileva tra l’altro che la durata media delle procedure, ai tempi della legge fallimentare del ’42, era di circa sei – sette anni e che non erano infrequenti procedure della durata di dieci – quindici anni. 5 In termini critici nei confronti delle c.d. procedure minori si è espressa la Commissione Trevisanato bis nella sopra citata Relazione Generale.

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Parole chiave

articolo 182 bis
chapter 11
codice abi
commissione trevisanato
effetti
giudizio di omologazione
legge fallimentare italiana
posizione dei creditori
prededucibilità
riforma della legge fallimentare
risoluzione

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