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Il culto della dea Laverna

Informazioni tesi

  Autore: Nadia Canu
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Sassari
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Conservazione dei Beni Culturali
  Relatore: Giampiero Pianu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 188

Nonostante la loro scarsità, le fonti letterarie e le attestazioni epigrafiche relative alla dea Laverna forniscono un quadro abbastanza dettagliato, sia riguardo alla diffusione del culto, sia riguardo alle prerogative caratteristiche dei luoghi sacri a lei dedicati.
L’epicentro del culto di Laverna era sicuramente Roma: qui esistevano due diversi luoghi sacri alla dea, uno presso la porta Lavernale, uno lungo la via Salaria; la notizia di Festo, secondo cui i ladri erano soliti riunirsi nel lucus della dea, non può essere riferita al lucus della via Salaria, perché lo stesso Festo prosegue affermando che da tale bosco prende il nome la porta Lavernale, che si trovava sicuramente sull’Aventino (e non aveva nulla a che vedere con la Salaria). Esistevano quindi a Roma due diversi luci dedicati alla dea, uno sull’Aventino e uno lungo la via Salaria.
La dea Laverna era comunque venerata anche fuori dall’Urbe, aspetto sul quale ci informano quasi esclusivamente le attestazioni epigrafiche: oltre che a Roma, la dea era conosciuta presso gli Ernici, che le dedicarono un delubrum in un importantissimo crocevia quale il Compitum Anagninum, accanto a Diana, presso i Peligni, i quali, come sembra, scelsero la dea come divinità protettrice di un intero pagus, nell’area aurunca, dove è attestato il toponimo Lavernium e, infine, annoverava fedeli anche in ambito etrusco e marrucino, benché in queste aree non sia attestato un vero e proprio luogo di culto, ma solamente devozioni personali. Considerando tutte le attestazioni, abbiamo quindi l’impressione di un culto diffuso piuttosto uniformemente in tutta l’area medioitalica, con la concentrazione maggiore proprio a Roma.
Ha suscitato perplessità, invece, il ritrovamento, ad Uchi Maius, in Africa Proconsolare, della dedica “Lavernae Mi[...] sacrum”: si parla infatti di attestazione eccentrica sia dal punto di vista geografico che da quello cronologico.

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5 PREMESSA Quando prof. Pianu mi ha proposto una tesi sulla dea Laverna, sulle prime non mi sono dimostrata troppo convinta: certo, la reazione è stata identica per questa come per la tesi su Camillo, il mio primo lavoro di ricerca, ma la differenza tra i due studi è sostanziale. Di Camillo si era già occupata una miriade di studiosi, sinceramente anche troppi per i miei gusti, e infatti l’imponente bibliografia ha reso la ricerca oltremodo faticosa; ciononostante sono comunque riuscita a dire qualcosa di nuovo e, soprattutto, a impostare la ricerca in modo da trattare insieme le mie grandi passioni, vale a dire sposare la topografia con i culti e le tradizioni più antiche ed affascinanti della città. Ma se la tesi su Camillo è stata appassionate, e credo potrà essere un’ampia miniera per studi futuri, si è rivelata ancora più interessante questa su Laverna, in cui allo studio dei culti e della topografia di Roma è unita la mia terza passione archeologica. Perché questa dea, così misteriosa ed intrigante, è attestata proprio nel luogo che, dopo Roma, mi è più caro: Uchi Maius. Infatti, se niente è più meraviglioso del Foro Romano ammirato dal Tabularium, anche questo piccolo angolo d’Africa, con le sue rovine, le sue colline e i suoi tramonti, ha un fascino particolare, che non si può descrivere a parole e che solo chi ha lavorato e sudato tra le pietre di Uchi Maius conosce. Laverna è quindi parte di questo meraviglioso universo africano, ma anche, come spero di poter dimostrare, ciò che resta di un culto dalle origini remote, anzi, remotissime (più di quanto avessi potuto sperare), inserito nella boscosa cornice dell’Aventino, dimora di divinità tenute ai margini di Roma. Su questo colle, dove di contro al centro della città, il silenzio regna sovrano sulle rose e gli alberi dei giardini, si respira un’aura di sacralità e le chiese sono protagoniste della scena. Salendo dal Circo Massimo al belvedere di Santa Sabina la vista si spalanca sul Tevere e l’isola Tiberina sembra una nave che ne solca con la sua prora le acque; poi, procedendo oltre S. Alessio, ecco la via di Porta Lavernale, unico residuo nel mondo attuale dell’esistenza della tanto maltrattata Laverna, già dai primi secoli sminuita da divinità infera a volgare dea di ladri e malfattori! Un personaggio che ho il piacere di ricordare è A. Merlin. Alla Biblioteca Nazionale di Archeologia, in piazza Venezia, la copia della sua opera sull’Aventino che ho consultato, ancora la più completa sull’argomento

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Parole chiave

archeologia romana
asylum
culto degli dei
culto divinità
dea
laverna
lucus
porta lavernalis
religione
romana
storia delle religioni
topografia antica
uchi maius

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