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Teoria delle aree monetarie ottimali e formazione di un sistema monetario policentrico

Informazioni tesi

  Autore: Roberto Buia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1983-84
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Alfredo Aiello
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 107

Nel settembre del 1961 Robert Mundell, divenuto premio nobel per l’economia nel 1999, scrisse sull’”American Economic Review” un saggio: “A Theory of Optimum Currency Areas” ovvero “una teoria sulle aree valutarie ottimali”. La sua trattazione faceva riferimento alla formazione di un gruppo di Paesi aventi una moneta in comune o che, pur mantenendo le proprie valute, avevano instaurato tra loro rapporti di cambio fissi o flessibili verso gli altri Paesi. Il saggio di Mundell si rifaceva a due precedenti lavori, quelli di Meade e di Scitowsky. La stessa teoria Mundelliana verrà poi seguita dai contributi di Mc Kinnon e Keenen. In questo nostro lavoro ci siamo serviti ampiamente dei lavori di questi tre economisti. In maniera dettagliata da quello di Robert Mundell che doveva originare i successivi contributi. Già all’epoca l’economista statunitense ebbe modo di chiarire come il concetto di area monetaria ottimale fosse applicabile all’Europa Occidentale. Con tutto il "corollario" sulla necessità o meno di mantenerle “piccole” o “grandi” e sulla mobilità di lavoro e capitali tra le stesse. Non si è trascurato di riportare una critica italiana a quanto teorizzato da Mundell. In merito ad un’area europea sono state analizzate le teorie di Meade e Scitowsky che solo ad una lettura superficiale possono dirsi contrapposte. Analizzati anche i contributi di Mc Kinnon apparso nel settembre del ’63 e, quello di molto successivo, di Keenen. Saggi, questi degli statunitensi Mundell, Mc Kinnon e Keenen, ampiamente studiati quando si decise di dar vita all’unificazione monetaria europea considerata come momento di verifica di tutto il discorso sulle aree valutarie ottimali. Questo lavoro analizza anche dei modelli di “Unioni monetarie” che possiamo definire come “antesignani” delle “aree valutarie”. Sia dal punto di vista attuale che storico, infatti, nel periodo anteriore alla prima guerra mondiale furono sottoscritti non pochi trattati relativi alla costituzione di unioni monetarie che funzionarono per svariati anni: dalla Germania all’Austria, da quella varata tra Francia, Belgio, Svizzera e Italia a quella tra Norvegia, Svezia e Danimarca. Sotto osservazione i vari accordi che le originarono e le cause della loro scomparsa. Naturalmente si è valutata anche la possibilità che nel mondo possano venire a crearsi altre aree oltre a quelle esistenti. La decisione di creare il sistema monetario europeo facente perno sull’Euro ha portato, infatti, molti economisti in questi ultimi anni, a chiedersi se non sia il caso di suddividere il “mondo” in aree monetarie e quali “confini” dare alle stesse e perchè. Si è cercato di chiarire tutto quest’aspetto che ha rivestito e riveste notevoli attualità. Basti pensare ai discorsi in corso nell’America Latina e a quelli relativi a possibili aree sotto la giurisdizione dello Yen giapponese e dello Yuan cinese. Un discorso che porta lontano e non è esente da notevoli implicazioni politiche. Tutto ciò è contenuto in questo lavoro che parte dal lontano saggio Mundelliano sulla “Teoria delle aree valutarie ottimali”. Una teoria, sosteniamo, che conserva ancora tutta la sua importanza anche se ormai vecchia di quasi trent’anni. La convinzione della sua importanza si deve al gran parlare del prossimo “varo” pratico dell’Euro nella U.E. e sulla cui adozione i pareri e la volontà di metterlo in circolazione non sono unanimi anche in Paesi che l’hanno sempre auspicata come la Germania dove gran parte della popolazione, secondo ultimi autorevoli sondaggi, preferirebbe conservare nelle proprie tasche il caro, vecchio, marco che, ultimamente è stato “adottato” in un paio di Paesi dell’ormai ex federazione iugoslava. Una “teoria” da guardare con attenzione, quindi. Anche per le discussione in relazione ad un sempre maggiore allargamento dell’Unione europea e quindi del sistema monetario “Euro” ai Paesi ormai liberi dalla sovranità della disciolta U.R.S.S., alla Jugoslavia, ad altre Nazioni. Un discorso quello relativo all’allargamento ad altri Paesi (tra l’altro ogni nazione dell’Unione sta tendendo a privilegiare un determinato Paese), da definirsi un po’ azzardato visto, gli studi che abbiamo analizzato lo hanno dimostrato ampiamente, che una moneta unica o un’area valutaria ottimale deve possedere requisiti che, sinceramente, allo stato attuale è difficile riscontrare in certi Paesi che l’Unione Europea vuole inglobare. Sarebbe auspicabile, pertanto, che, chi di dovere, prima di procedere a certi passi proceda anche ad una rilettura del saggio di Robert Mundell e dei contributi, non troppi per la verità, ad esso portati dagli altri economisti.

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INTRODUZIONE Optimum currency areas, ovvero aree valutarie ottimali. La definizione che sottintende tutta una apposita teoria fa riferimento alla formazione di un gruppo di paesi che hanno una moneta in comune o che, pure mantenendo ognuno le proprie monete nazionali, hanno instaurato tra loro tassi di cambio fissi e flessibili verso i paesi terzi. Seguire lo sviluppo della teoria delle aree valutarie ottime non è, bisogna ammetterlo, cosa difficile stante la scarsità di contributi. Il problema lo si può riprendere dall’inizio e cioè dal pionieristico articolo di Mundell (1) (a sua volta si rifà a due precedenti analisi di Meade e di Scitowsky che avevano considerato il problema dell’unificazione monetaria come parte di quello più ampio dell’unificazione economica osservando fatti che si ritrovano espressi nell’articolo dello stesso Mundell), scritto negli anni ’60, a contributo degli studi originati dal dibattito sui cambi flessibili e sui meccanismi di aggiustamento automatico della bilancia dei pagamenti. Fu proprio nel dare una nuova riformulazione del problema dei meccanismi di aggiustamento automatico della bilancia dei pagamenti, che da parte di Mundell viene elaborata una risposta, ai criteri con cui si può dichiarare conveniente vincolare i paesi appartenenti ad una certa area economica, a mantenere cambi fissi tra le proprie monete lasciandoli, invece, flessibili verso paesi collocati in altre aree. Un saggio questo di Mundell cui faranno seguito due contributi di Mc Kinnon (2) (che pone attenzione sull’apertura dei paesi dell’area in termine di rapporti finanziari e commerciali entro l’area, e non paesi esterni all’area considerata a differenza di quello di Mundell che poneva l’accento sulla mobilità internazionale e interregionale dei fattori produttivi) e di Keenen (3). Per la stesura di questo lavoro, che riguarda appunto la problematica relativa alle aree valutarie ottimali, ci siamo ampiamente serviti dei lavori

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