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La tutela del risparmio tra quadro normativo di riferimento e prassi applicativa. Le esperienze dei casi Cirio e Parmalat

Informazioni tesi

  Autore: Pietro Della Corte
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Alfonso Maria Cecere
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 120

Nel presente lavoro è stata operata una analisi sulla gestione del risparmio pubblico che ha permesso di ottenere un quadro complessivo di riferimento della materia, partendo dai principi rintracciabili nella Costituzione repubblicana fino a giungere all’analisi dei recenti casi di Cirio e Parmalat particolarmente sintomatici del fenomeno e degli eccessi collegati.

Specificamente l’analisi trae origine dal dettato costituzionale e dall’art. 47 per il quale “il risparmio è incoraggiato e tutelato dalla Repubblica in tutte le sue forme”; in merito la più autorevole dottrina si è espressa nel corso degli anni cercando di delineare il duplice ruolo attribuito alle istituzioni di creazione dei presupposti per un’equilibrato sviluppo del mercato e nel contempo di intervento a tutela del pubblico interesse laddove vi fossero interessi meritevoli.

Il risparmio oggetto di attenzione in tale norma è quello che si forma presso le famiglie, quale parte del reddito non consumato.
Con tale significato infatti l’art. 47 permette di affrontare i problemi del suo incoraggiamento e della sua tutela, indirizzi che sarebbero inconsistenti se riferiti al risparmio inteso come grandezza macroeconomica ed aggregato del reddito nazionale.

Il mercato mobiliare italiano del risparmio gestito e degli altri servizi d’investimento ha conosciuto soltanto a partire dagli anni novanta una notevole crescita in termini di volumi intermediati, tipologia di prodotti e servizi offerti e numero di soggetti offerenti.

Nei due decenni precedenti, caratterizzati da elevati tassi d’inflazione ed elevati tassi di interesse nominali, il risparmio delle famiglie era concentrato sotto la semplice veste delle “obbligazioni pubbliche”, che prevedevano una quasi totale assenza di rischio e di rendimenti soddisfacenti nella percezione dei risparmiatori. Nel contempo le banche, a fronte dell’elevato margine sull’attività bancaria tradizionale, non erano stimolate affinché creassero tipologie di prodotti differenti.

Le politiche comunitarie di riduzione del debito pubblico ovvero il calo dei tassi verificatosi negli anni novanta, in particolar modo dagli inizi del 1996, hanno profondamente modificato il quadro in esame determinando una apertura del mercato finanziario.

I risparmiatori hanno iniziato a cercare nuove forme d’investimento che potessero coniugare ad un maggior rischio un maggior rendimento. Ciò li ha portati a prendere in considerazione sia strumenti obbligazionari diversi dai titoli di Stato sia investimenti in capitale di rischio, in quest’ultimo caso sospinti anche dalle privatizzazioni pubbliche.

Oltre ai richiami costituzionali, nel lavoro svolto vengono poi ripresi ed analizzati gli strumenti a disposizione del pubblico per accedere agli investimenti mobiliari; tutta la materia nel 1998 confluì nel Testo Unico della Finanza (d.lg 58/98 – “testo Draghi”) per la volontà del legislatore di sistemare e razionalizzare le norme esistenti creando una base comune che legasse i mercati, gli intermediari che vi operano ed i soggetti emittenti gli strumenti finanziari.

Al riguardo l’analisi della “sollecitazione all’investimento” nel capitolo conclusivo viene operata rapportandola all’esperienza dei casi “Cirio e Parmalat” in cui si è determinato un delittuoso coinvolgimento di piccoli risparmiatori al crack industriale dei due gruppi.

Vengono valutati gli interventi legislativi del biennio 2005/2006 (operati con i d.lgs 262/2005 e 303/2006) con cui, acquisite le predette esperienze, sono stati operati gli opportuni correttivi per scongiurare che altre esperienze analoghe potessero riproporsi nell’immediato futuro.

Tali interventi dal carattere risolutore hanno mostrato la mancanza di una disciplina organica e come il quadro normativo di riferimento esistente anche in precedenza fosse stato delineato con una sequela di provvedimenti legislativi ognuno dei quali calibrato su un prodotto specifico dell’attività.

La causa di tali carenze tuttavia non può essere solo imputata all’immobilismo del legislatore ma anche alla natura stessa dei servizi di “asset management” che incorporano sia un’elevata velocità evolutiva che un alto contenuto tecnico; ciò evidenzia a pieno le difficoltà del legislatore di prevenire fenomeni potenzialmente sfavorevoli per l’intero mercato.

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Capitolo Uno - Risparmio e credito nella Costituzione 1 – La base giuridico-costituzionale L’art. 47 della Costituzione recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Al secondo comma aggiunge che “Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese”. Quest’articolo è l’ultimo del titolo III dedicato ai rapporti economici e rientra tra le disposizioni che, prendendo avvio dall’art. 44, contengono le specifiche della costituzione economica per la parte relativa all’impresa ed alla proprietà già delineata dagli artt. 41-43( 1 ). Nel primo comma sono contenute le disposizioni di principio in tema di risparmio e di esercizio del credito; nel secondo il risparmio viene indirizzato in ordine ad alcune destinazioni preferenziali. L’art. 47 non pone regole di comportamento in qualche modo vincolanti per specifici e individuati destinatari, ( 1 ) VISENTINI Gustavo, “Credito e Risparmio - Risparmio e credito nella Costituzione“, Enciclopedia Giuridica Treccani, Roma 1988; 5

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