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Il processo di riforma del Consiglio di sicurezza

Informazioni tesi

  Autore: Antonio Daniele
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Antonio Daniele
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 178

Nonostante sia palese l’importanza rivestita all’interno del processo di riforma, il dibattito intorno all’ampliamento della membership del Consiglio di sicurezza e ad una sua subitanea attuazione, ha riscontrato posizioni differenti, oltre che sulle modalità di realizzazione, anche sulla necessità o meno della riforma stessa.
Vero è che nessuno si aspetta effetti miracolosi da un eventuale allargamento del Consiglio ed è anche abbastanza diffusa la generale condivisione di certi timori su una possibile, ma non inevitabile, riduzione dell’efficienza politica di un Consiglio allargato.
Permane tuttavia un sentimento generalizzato di fiducia e di accettazione riguardo la proposta di ampliamento della membership (soggetto però ad una rotazione incondizionata) così da guadagnare in ogni caso un aumento della rappresentatività dell’organo e, quindi, della sua complessiva giuridicità.
Sono varie le proposte presentate dagli Stati membri.
La proposta, nota come il nome di quick fix, si basa sull’aggiunta di due membri permanenti, Germania e Giappone, e l’ulteriore accrescimento di quattro membri non permanenti. La Germania, assieme al Giappone, mirava all’assegnazione di un seggio permanente che premiasse il suo impegno finanziario all’interno delle Nazioni Unite. Questa proposta non ha raccolto il consenso di molti paesi: a partire dai quelli in via di sviluppo, che non si vedevano riconosciuto alcun seggio permanente, fino ad arrivare a medie e grandi potenze, tra tutte l’Italia.
Naturalmente vi sono state anche altre proposte concernenti la rimodulazione della membership del Consiglio di sicurezza.
Il 2+3 riprende la proposta del quick fix, ovvero di assegnare un seggio permanente a Germania e Giappone, ma tenta di aggiungere tre seggi permanenti per i Paesi in via di sviluppo da attribuire uno a ciascun continente: Asia, Africa e America Latina.
Questa formula fu da più parti considerata come una dell’ipotesi più realistiche e applicabili, soprattutto analizzandola alla luce dell’accrescimento del gruppo dei membri non permanenti.
Per scongiurare un situazione di stallo fu avanzata una proposta imperniata sulla possibilità di permettere che sugli altri tre seggi permanenti si alternassero a rotazione Paesi di ciascuna regione.
Tuttavia questa proposta scontentava fortemente non solo alcuni grandi Paesi in via di sviluppo, che allo stesso modo aspiravano al medesimo status, ma anche altri Paesi tra cui l’Italia che sarebbero rimasti ai margini dal meccanismo di rotazione ipotizzato .
Un radicale passo in avanti avvenne quando, di fronte all’impossibilità di sviluppare un accordo sufficiente a promuovere una qualsiasi riforma del Consiglio di Sicurezza, l’ex Segretario Generale Kofi Annan creò, assieme all’Assemblea Generale, un gruppo di esperti, l’High-level Panel, con l’incarico di trovare delle soluzioni realistiche in grado di uscire dall’empasse. Un anno dopo il Panel presentò il proprio rapporto A more secure World: our shared responsability al Segretario Generale.
Analizzando sinteticamente i due modelli proposti dal Panel si può notare come il modello A preveda la promozione di 6 nuovi membri permanenti senza diritto di veto e 3 ulteriori membri non permanenti. Il modello B non prevede la promozione di alcun nuovo membro permanente, ma la creazione di una nuova categoria di membri semi-permanenti con un mandato rinnovabile di 4 anni (anziché il mandato non rinnovabile di due anni dei membri non permanenti attuali) composta di 8 membri più un ulteriore membro non permanente che garantirebbe il principio della superiorità di questi ultimi rispetto ai seggi permanenti.
Il problema resta la presenza di Stati che, ritenendo l’attuale Consiglio un luogo troppo affollato, ipotizzano una rimessione della gestione dell’ordine internazionale ad un solo princeps , giudicando come inopportune interferenze le sentenze della Corte Internazione di Giustizia o la richiesta comune di un agire multilaterale in seno all’ONU, non ricaverebbero alcun rilievo positivo da una maggiore rappresentatività di un ampliato Consiglio di sicurezza.

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4 INTRODUZIONE Il dibattito sulla natura, sui compiti e sui poteri delle Nazioni Unite costituisce uno dei nodi cruciali delle relazioni internazionali del presente e del prossimo futuro. Invero,le Nazioni Unite attraversano una delicata fase di transizione storica e di crisi di credibilità, originata da quella lunga serie di insuccessi, inefficienze e paralisi, che gli Stati membri non hanno ancora saputo, e spesso voluto, superare. Questa fase di transizione va inserita nell’evoluzione dello scenario mondiale. Gli ultimi due decenni hanno condotto il mondo fuori dall’epoca del confronto tra il blocco comunista e quello liberal-democratico, verso un nuovo mondo, i cui tratti essenziali devono ancora pienamente manifestarsi, o per lo meno essere compresi. La cultura occidentale ha globalizzato il mondo proponendo con successo e imponendo con forza l’apparato scientifico-tecnologico, la sua economia capitalistica, il sistema politico basato sugli Stati nazionali e sulla democrazia, tentando inoltre di scrivere un codice morale, ossia la Dichiarazione dei Diritti Umani, che potesse valere per ogni popolo e ogni essere umano. Ora però che il mondo è globalizzato, che anche la proposta comunista di gestione della tecnica, dell’economia e della politica si è eclissata, e che la globalizzazione è quindi completata in tutti i suoi aspetti,

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