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Albert Camus e il tragico

Informazioni tesi

  Autore: Michele Weiss
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1996-97
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Elio Franzini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 279

Albert Camus (1913-60), premio nobel per la letteratura nel 1957, è rimasto nella memoria critica francese ed europea come il co-autore di una corrente letteraria e filosofica, l’esistenzialismo (che ha fruttato milioni di franchi all’editore Gallimard), come l’autore di un saggio reo di aver originato una feroce polemica con Sartre e infine, come partigiano e cantore di un’umanità strana, non più francese né tantomeno araba, sradicata e piovuta sul suolo rovente di Algeria.
Tutto questo ha permesso che i libri di Camus venissero troppo in fretta etichettati e, alla fine, un chiacchiericcio stanco attorno alla sua figura che seppe molto di oblio.
Negli ultimi anni qualcuno si è accorto, come già avvertiva lo stesso Camus, che la critica che di lui si era occupata non aveva con ciò detto l’ultima parola, sulla sua opera e (perché no) sulla sua persona: Roger Grenier, suo grande amico nonché letterato, gli chiese un giorno del 1959 che cosa i critici francesi avessero tralasciato nella sua opera; “La parte oscura - rispose ironico Camus - ciò che in me vi è d’istintivo e di cieco. La critica francese s’interessa dapprima alle idee.”
E’ doveroso interpretare le sue parole: in Francia, a suo dire, si prestava molta attenzione alle idee, ma pochissima alla genesi di un pensiero.
Una forma di rude estremismo, volta a tagliare corto? Può essere. Comunque, di recente, in Francia, si è visto un crescente e costante ritorno d’interesse per l’opera di Camus. Nuovi studi (cfr., tra gli altri, i lavori a Cerisy-la-Salle riassunti in AA.VV., A. Camus, oeuvre fermèe, oeuvre ouverte? 1985) e nuove biografie (valga per tutte il recentissimo lavoro di Olivier Todd, Camus, une vie) sono comparsi nel panorama letterario e filosofico.
Tra questi, alcuni hanno ascoltato il severo avvertimento lanciato da Camus, ferito dalla polemica suscitata dall’Uomo in rivolta (1951): ”Je ne suis pas et je n’ai jamais ètè existentialiste.”
Come dire di non essere mai stato un discepolo di Sartre. Qualcuno, come il Todd, lo ha anche preso in parola.
Camus, Sartre (cioè, nel panorama letterario francese, le voci altosonanti dei vent’anni centrali del secolo, quelli più duri e drammatici): due persone, due pensieri.
Lasciando stare la sterile battaglia che vuole a tutti i costi trovare il più bravo tra i due (e che entrambi non si sono risparmiati dal combatterla), ci sentiamo di dire che la scomparsa prematura di Camus ha quantomeno contribuito a che di lui si costituisse un ricordo e un’immagine mitica; esaltato o rifiutato, troppo poco letto, ascoltato... pensato.
Il Mito di Sisifo (1942) e l’Uomo in rivolta (1951) hanno tradotto bene in idee quello che, in altri luoghi e con altro tipo di linguaggio, Albert Camus ha donato al suo pubblico un estremo e, a volte, disperato tentativo di mostrare la co-appartenenza reciproca di due facce ritenute spesso radicalmente eterogenee l’una all’altra: arte e esistenza, letteratura e stile di vita.
E’ questo probabilmente che Camus intendeva per “pensiero meridiano” e che la critica di Francia avrebbe trascurato.
Basta riprendere in mano Sisifo per accorgersi che l’autonomia e l’originalità di vita e di pensiero ch’egli reclamava con forza nella querelle con Sartre erano già presenti nella sua giovinezza: ”Mi prendo la libertà di chiamare qui suicidio filosofico l’atteggiamento esistenzialista.”

In altra parte (La creazione assurda) di questo stesso libro si vedono contemporaneamente già delineate le linee fondamentali dei capitoli che chiuderanno l’Uomo in rivolta : ”Oggi, che il pensiero non aspira più all’universale...sappiamo che il sistema, quando è valido, non si separa dal proprio autore. L’ ETICA stessa, sotto uno dei suoi aspetti, non è che una lunga e rigorosa confidenza. Il pensiero astratto trova finalmente l’appoggio della carne. E parimente, i romantici giuochi del corpo e delle passioni si impongono un po’ più d’ordine, secondo le esigenze di una visione del mondo.

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Albert Camus (1913-60), premio nobel per la letteratura nel 1957, è rimasto nella memoria critica francese ed europea come il co-autore di una corrente letteraria e filosofica, l’esistenzialismo (che ha fruttato milioni di franchi all’ editore Gallimard), come l’autore di un saggio reo di aver originato una feroce polemica con Sartre e infine, come partigiano e cantore di un’umanità strana, non più francese nè tantomeno araba, sradicata e piovuta sul suolo rovente di Algeria. Tutto questo ha permesso che i libri di Camus venissero troppo in fretta etichettati e, alla fine, un chiacchiericcio stanco attorno alla sua figura che seppe molto di oblio. Negli ultimi anni qualcuno si è accorto, come già avvertiva lo stesso Camus, che la critica che di lui si era occupata non aveva con ciò detto l’ultima parola, sulla sua opera e (perché no) sulla sua persona : Roger Grenier, suo grande amico nonché letterato, gli chiese un giorno del 1959 che cosa i critici francesi avessero tralasciato nella sua opera; “La parte oscura - rispose ironico- Camus, ciò che in me vi è d’istintivo e di cieco. La critica francese s’interessa dapprima alle idee.” E’ doveroso interpretare le sue parole: in Francia, a suo dire, si prestava molta attenzione alle idee, ma pochissima alla genesi di un pensiero. Una forma di rude estremismo, volta a tagliare corto ? Può essere. Comunque, di recente, in Francia, si è visto un crescente e costante ritorno d’interesse per l’opera di Camus. Nuovi studi (cfr.,tra gli altri, i lavori a Cerisy-la-Salle riassunti in AA.VV., A. Camus, oeuvre fermée, oeuvre ouverte ? 1985) e nuove biografie (valga per tutte il recentissimo lavoro di Olivier Todd, Camus, une vie) sono comparsi nel panorama letterario e filosofico.

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Parole chiave

albert camus
estetica
l'uomo in rivolta
tragico

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