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La politica di cooperazione allo sviluppo dell'Italia negli anni Ottanta

Informazioni tesi

  Autore: Manuel Papi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Perugia
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Luciano Tosi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 168

Nel corso degli anni Ottanta in Italia il settore della cooperazione con i paesi in via di sviluppo (Pvs) acquista una crescente rilevanza, diventando un assunto fondamentale della politica estera del Paese.
La rinnovata attenzione per il tema da parte dell'opinione pubblica e la consapevolezza dei partiti rispetto alla sua intrinseca utilità, in termini politici ma anche economici, rappresentano gli elementi catalizzatori di un processo che, apertosi in seguito all'approvazione della legge 38 del 1979, si sviluppa per tutto il periodo in esame, determinando un notevole aumento delle risorse destinate al settore.
L'assistenza italiana allo sviluppo si articola in diversi ambiti di intervento; si rivolge a vaste aree geografiche, tradizionalmente interessate dall'attività dell'Italia (come il Corno d'Africa) ma anche di recenti rapporti di collaborazione (Asia e America Latina in primis); nonchè viene realizzata attraverso molteplici canali di trasferimento delle risorse, sia bilaterali che multilaterali.
Il notevole incremento dei flussi pubblici destinato ai paesi del "Terzo Mondo" rappresenta una novità della politica italiana del periodo che diventa ancora più rilevante in considerazione del panorama internazionale che caratterizza gli anni Ottanta. La dottrina neoliberista promossa dal Presidente Ronald Reagan, infatti, già nella prima parte del decennio viene raccolta dai governi europei, che progressivamente riducono il ruolo dello Stato, operando forti manovre restrittive nei loro paesi e, dunque, un netto ridimensionamento degli stanziamenti destinati ai Pvs.
E' dunque in netta controtendenza con lo scenario internazionale degli anni Ottanta, definito da alcuni studiosi "the Lost Development Decade", che l'Italia matura la decisione di destinare più risorse pubbliche al regime degli aiuti, rompendo con il passato sia per quanto riguarda il proprio tradizionale impegno in materia, sia per l'autonomia decisionale che tale comportamento manifesta. In questo senso, molto importante è il contributo fornito dal mondo politico italiano, ancora diviso e frammentato su numerose questioni interne ed internazionali, ma pressochè unanime nel propugnare una "svolta" nella politica di assistenza del Paese, tanto dal punto di vista organizzativo, quanto in merito all'entità delle risorse stanziate.
Anche il quadro normativo di riferimento, infatti, subisce trasformazioni di rilievo: in seguito alla legge n. 38/1979, che ha certamente il merito di razionalizzare il settore, nel corso degli anni Ottanta vengono introdotte nuove norme volte a dotare il sistema italiano degli strumenti legislativi necessari ad incrementare i finanziamenti pubblici e a rendere la sua azione più rapida ed efficace.
Alla luce di tali dinamiche, che si articolano in un arco di tempo relativamente breve, non è facile individuare tutte le motivazioni che sono alla base del nuovo comportamento dell'Italia nelle sue relazioni con i Pvs. Ripercorrendo i primi anni Ottanta, si denota il forte impulso dato dall'opinione pubblica e dalla società civile che, grazie anche alla campagna di sensibilizzazione promossa dai radicali, dà luogo ad una vera e propria "policy window", ovvero pone le premesse del cambio di orientamento dell'Italia in materia di assistenza ai Pvs. Tale opportunità viene effettivamente raccolta dalla politica, che va progressivamente accrescendo il proprio interesse per il tema, e finisce col maturare piena consapevolezza della sua reale importanza.
In effetti, nella seconda metà degli anni Ottanta le motivazioni che accompagnano la politica di cooperazione dell'Italia si fanno più razionali ed "interessate": i principali partiti al governo, seguendo la linea politica tracciata da Bettino Craxi, sperimentano una strategia più pragmatica quando si trovano a dover prendere decisioni rilevanti in materia di politica estera. La svolta di "realpolitik" dell'Italia determina importanti trasformazioni nella composizione degli aiuti, sempre più sottoposta a rigidi controlli di opportunità economica per lo stesso paese "donor", ma soprattutto rispetto al ruolo che viene attribuito alla politica di assistenza, naturale attribuzione della Farnesina. Gli obiettivi di migliorare la propria immagine all'estero e di riaffermare la propria posizione -mai completamente consolidata- di "media potenza regionale", sembrano infatti strettamente collegati al riconoscimento internazionale di una autorevole ruolo di mediazione, tanto nel dialogo Est-Ovest, quanto nelle relazioni tra Nord e Sud.
Tuttavia, il processo di evoluzione della politica di cooperazione allo sviluppo dell'Italia, se da una parte determina una costante crescita quantitativa degli aiuti pubblici, dall'altra comporta riflessi negativi sulla sua reale efficacia, che si riduce 1) per il crescente grado di dispersione su un fronte geografico troppo ampio e 2) per la maggiore attenzione prestata ai benefici "nazionali", a scapito delle oggettive necessità dei "receipients".

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Premessa La presente ricerca si occupa della politica di cooperazione allo sviluppo condotta dall’Italia nel corso degli anni Ottanta. Dopo una situazione di sostanziale inattività durata decenni, Roma intervenne per sostenere lo sviluppo economico e sociale dei paesi in maggiore ritardo, incrementando notevolmente i finanziamenti destinati a tal fine, la geografia e i settori interessati dagli aiuti 1 . Gli anni Ottanta rappresentano un periodo di importanza capitale per la politica di cooperazione allo sviluppo condotta dall’Italia: mai come allora il Paese cercò di migliorare il proprio operato in materia di assistenza, adottando normative per renderlo più semplice e razionale, e aumentando il volume degli aiuti in modo considerevole per tutto il decennio. Le risorse stanziate dai governi a guida Dc-Psi, si rivolgono a nuovi contesti regionali, investono più campi di intervento e, in definitiva, perseguono finalità che vanno ben oltre l’“assistenza tecnica”, la forma principale di aiuto italiano almeno fino al termine degli anni Settanta. Il forte incremento degli interventi di assistenza manifesta la nuova rilevanza assunta dal tema presso l’opinione pubblica e in seno alla stessa dirigenza politica italiana, rispondendo a motivazioni assai diverse, come d’altronde lo sono i soggetti che premono per un più forte impegno dello Stato in tale direzione: dalla classe media al mondo imprenditoriale, dalle aggregazioni sociali di vario genere ai partiti politici 2 . Naturalmente, la pluralità degli interessi alla base della svolta realizzata dall’Italia nel settore della cooperazione determina conseguenze positive rispetto all’innalzamento dell’attenzione -e della quantità di aiuti- per il tema, ma, d’altra parte, è inevitabile che le diverse motivazioni alla base di tali istanze vadano a minare la stessa unitarietà della politica di assistenza, con pesanti ripercussioni sul suo livello di efficacia. Uno degli aspetti più controversi, che peraltro caratterizzano il dibattito del periodo in esame, sta proprio nella 1. Istituto Affari Internazionali, L’Italia nella politica internazionale, volume diciannovesimo, anno 1990-1991, Milano, Franco Angeli Editore, 1991, p. 307. 2. A. Raimondi, G. Antonelli, Manuale di Cooperazione allo Sviluppo, Torino, Società Editrice Internazionale, 2000, pp. 174-175. 5

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