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Il dialetto di Montanaro - analisi fonologica ed evoluzione storico-fonetica

Informazioni tesi

  Autore: Roberto Bena
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Tullio Telmon
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 84

Si tratta di una tesi di ricerca dialettale che definisce l'inventario fonologico del dialetto di Montanaro, in provincia di Torino, località già indagata dall'A.I.S. negli anni '20 da Jaberg e Jud (punto 146 dell'Atlante). Partendo dagli etimi latini ne ricostruisce poi, fonema per fonema l'analisi della evoluzione storico-fonetica. Un'ampia prefazione per inquadrare il luogo indagato e i metodi di ricerca è anteposta alla parte tecnico-linguistica.

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3 1. Introduzione “Montanaro è un paese per natura favorevole alle tendenze artistiche. Il clima privo d’asprezze, non troppo freddo d’inverno per il sito basso e difeso da naturali ripari, né troppo caldo l’estate per abbondanza di acque, produce una popolazione un po’ molle, più atta alle contemplazioni del sogno che alle speculazioni della vita pratica. Essa è infatti in fama di una certa genialità nei paesi dei dintorni: si citano parecchi casi di uomini del popolo divenuti da muratori cantanti celebri, da imbianchini pittori di valore…” 1 In questo modo il più illustre dei montanaresi, Giovanni Cena (Montanaro 1870 – Roma 1917) 2 ci rende l’immagine di Montanaro e dei suoi abitanti ma quello che più interessa questa trattazione è sicuramente il passo seguente, sempre tratto dai suoi ‘Taccuini’: “… Lo stesso dialetto, diverso assai da quello dei paesi vicini, più logico e organico di tutti i dialetti piemontesi, ha certi addolcimenti di radici e certe inflessioni di desinenze, certi suoni caratteristici di vocali e certe gradazioni che gli danno una strana mollezza e lo rendono eminentemente musicale.” 3 e nel quale egli ci rilascia una testimonianza certamente un po’ “impressionistica” , ma sulla quale vale la pena riflettere, se non altro per quel suo insistere sulla diversità di questo dialetto rispetto a 1 Giorgio De Rienzo (a cura di) – Giovanni Cena – Opere Vol. III – Lettere e Taccuini - (in collaborazione con Università di Torino – Centro di Studi di Letteratura Italiana in Piemonte “Guido Gozzano” - Milano, Silva Editore, 1971, pag. 268 2 Giovanni Cena nacque a Montanaro il 12 gennaio 1870. Di umili origini e di famiglia numerosa era figlio di un tessitore. La madre, per sostentare la famiglia, si occupava della vendita dei “ciàp” , le tipiche stoviglie di terracotta caratteristiche dell’artigianato montanarese fino all’inizio del secolo scorso. Ebbe una difficile infanzia ma un carattere ostinato che lo portò, con grandi sacrifici della famiglia, a compiere gli studi in seminario e ad iscriversi poi alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Torino. Fu allievo di Arturo Graf che gli riconobbe una certa sensibilità poetica ed artistica. Frequentò soprattutto giovani artisti e letterati con i quali intrattenne discussioni appassionate di pittura, poesia, musica. Fu molto amico di alcuni pittori tra i quali Giuseppe Pelizza da Volpedo. Egli voleva coltivare la sua vocazione di poeta, critico e giornalista: il suo obiettivo era collaborare ad una delle riviste letterarie più in vista del tempo, La Nuova Antologia. Vi riuscì diventandone direttore. La sua vita trascorse tra Parigi, Londra e Roma. Soprattutto nelle regioni dell’Agro Romano si compì la sua intensa attività filantropica collaborando a fondare circa settanta scuole per i contadini. Molte scuole in Piemonte, e non solo, portano ancora oggi il suo nome. Gli anni romani sono quelli che lo videro impegnato anche in una relazione affettiva con Rina Faccio che egli stesso ribattezzò Sibilla Aleramo, così come sarà poi conosciuta nel mondo letterario. Morì ancora giovane a Roma nel dicembre 1917 di polmonite. Tra le sue opere sono da ricordare il romanzo sociale “Gli ammonitori”, il poemetto “Madre” e la raccolta di poesie “In Umbra”. Del Cena ci restano ancora le “Lettere” testimonianza del suo affetto verso la famiglia e dell’intenso scambio di idee con gli amici artisti e i “Taccuini” nei quali ci lascia testimonianza di squarci della sua vita privata e delle sue riflessioni sugli argomenti più svariati. 3 Giorgio De Rienzo (a cura di) op.cit. pag. 268.

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