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Deleghe di voto e associazione di azionisti nelle società con azioni quotate

Il presente lavoro è dedicato ad un aspetto particolarmente innovativo della c.d. "legge DRAGHI" (d.lgs. n. 58 del 1998): la riforma della rappresentanza degli azionisti nelle assemblee delle società con azioni quotate in borsa.
Lo spirito della riforma è quello di facilitare l’esercizio del diritto di voto da parte dei piccoli azionisti, attraverso uno dei pochi mezzi concretamente possibili: far votare in vece propria un rappresentante, a ciò interessato o comunque disponibile. In particolare, gli strumenti previsti dalla legge sono due: la «sollecitazione» del rilascio delle deleghe, da parte di soggetti a ciò interessati, per il tramite di intermediari finanziari; la «raccolta» delle deleghe, da parte di «associazioni di azionisti», tra i propri associati e nell’esclusivo interesse di questi ultimi.
Il primo capitolo recupera le nozioni di base inerenti al tema delle deleghe di voto. Nel secondo capitolo si passano in rassegna, con la maggiore ampiezza che è risultata possibile, le esperienze giuridiche. Il terzo capitolo ripercorre la storia della disciplina delle deleghe di voto nel nostro ordinamento; una storia caratterizzata dalla crescente diffidenza del legislatore verso quest’istituto, sino alla "svolta" rappresentata dalla riforma del 1998.
Ed è appunto a tale riforma che sono dedicati i restanti capitoli.
Nel capitolo IV si offre un inquadramento generale della nuova disciplina, delineandone l’impianto di fondo ed analizzandone il campo di applicazione.
Il capitolo V descrive la c.d. «sollecitazione» delle deleghe. Si tratta di un commento – il più puntuale possibile – alle nuove norme, sia legislative che regolamentari. Data la novità dell’istituto, questa è parsa la forma più opportuna per la trattazione della materia; e tuttavia, la pretesa (giudichi il lettore quanto realizzata) è stata quella di non limitarsi ad una mera "esegesi", ma di tentare qua e là un approccio "critico" nei confronti della riforma (cfr. in part. il § 5).
Per il capitolo VI, dedicato alla «raccolta» delle deleghe, vale altrettanto. Una particolare attenzione è stata dedicata al fenomeno delle associazioni di azionisti, la cui importanza – almeno in prospettiva – va ben al di là del tema specifico della rappresentanza in assemblea.
Nel capitolo VII, infine, si analizzano i profili comuni alle due procedure di "accumulazione" delle deleghe, quali la delega di voto in sè e per sè considerata, la responsabilità relativa alle informazioni diffuse e i poteri della CONSOB.

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Capitolo I – 1 – 1.1§ 1. – Nozioni di base. Capitolo I – Introduzione. § 1. – Nozioni di base. 1.1. – La delega di voto. L’art. 136 del nuovo testo unico delle disposizioni in materia d’intermediazione finanziaria (d. lgs. 24/2/1998, n. 58, di seguito denominato T.U.F.) si apre con una definizione di delega di voto, la quale può costituire un utile punto di partenza per l’inquadramento generale del fenomeno: la delega è definita come «il conferimento della rappresentanza per l’esercizio del voto nelle assemblee». Al di là dell’improprietà di far coincidere la delega con il conferimento (essa è piuttosto l’atto con il quale la rappresentanza è conferita), la formula è efficace e mette in evidenza quale sia la figura generale nell’ambito della quale ci si muove, quando si parla di deleghe di voto: il potere di rappresentanza, cioè il potere di compiere atti i cui effetti si producano nella sfera giuridica di un diverso soggetto (art. 1388 c. civ.). Il potere di rappresentanza è, ai sensi dell’art. 1387 c. civ., conferito dalla legge (rappresentanza c.d. legale) ovvero dall’interessato (rappresentanza c.d. volontaria); nel secondo caso, l’attribuzione del potere si realizza a mezzo di un negozio giuridico unilaterale, la procura (art. 1392). Se ne deduce che, se (come si è detto) la delega è l’atto di conferimento della rappresentanza, essa non è altro se non una procura 1 . Naturalmente però questo non basta a caratterizzarla; il suo quid proprium è quello di dare al rappresentante il potere di compiere, in nome del rappresentato, un particolarissimo atto: il voto nelle assemblee delle società 2 (di qui l’uso del termine “rappresentanza assembleare”). 1 Ci si può legittimamente chiedere perché di delega, allora, parli il T.U.F. e parlino anche gli altri testi normativi in materia. Una prima risposta può esser quella di ritenere l’uso del termine un semplice “omaggio” alla prassi, ove prevale nettamente. Una spiegazione ben più approfondita si può trovare in GATTI, La rappresentanza del socio in assemblea, Milano 1975, pagg. 55 ss., il quale muove dalla sua lettura dell’istituto della rappresentanza azionaria in chiave “organizzativa” (oltre che “individuale”) per concludere che esiste un sostrato in comune con la delega amministrativa: tanto la delega societaria quanto quella amministrativa servono infatti a trasferire, da chi non lo può esercitare personalmente a chi può farlo, un potere il cui esercizio è necessario al funzionamento di un apparato organizzativo. La questione è comunque nominalistica, e come tale non ha molta importanza; nel testo si useranno pertanto indifferentemente i termini “procura” e “delega”. 2 In particolare il fenomeno è diffuso nelle società di capitali, segnatamente nelle s.p.a. (è per questo che si parla anche di “rappresentanza azionaria”); tuttavia norme ad hoc sono previste per le società cooperative (art. 2534 c. civ.), e la figura ricorre anche altrove (ad es. nelle associazioni, art. 8 disp. att. c. civ., e nei condomini, art. 67 disp. medesime). Poiché questo lavoro è dedicato alle società quotate, e il T.U.F. esclude – all’art. 137/4 – le ►

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Francesco Speronello Contatta »

Composta da 262 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.