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Processo d'individuazione attraverso la fiaba

la tesi è orientata in due sezioni, nella prima si evidenziano le differenze tra l'Io e l'inconcio nella teoria psicoanalitica e nella psicologia analica. L seconda parte tratta del processo di individuazione secondo Jung. Vengono trattate le sub personalità che ruotano intorno all'Io (Ombra, Anima/Animus, Grande Madre, Se'), mettendo in evidenza come si formano e quali sono le problematiche connesse alla mancanza del loro riconoscimento. Un'ampia parte è dedicata agli archetipi ed all'inconscio collettivo, concetto assente nella teoria di Freud ma, tanto inportante nella teoria di Jung. Tutto il processo di individuazione viene paragonato alla fiaba la quale, in ottica junghiana ripercorre l'intero processo. In appendice viene interpretata una fiaba mettendo in risalto come il percorso dell'eroe non sia dissimile da quello che ogni persona compie nel momeno in cui decide -consciamente o inconsciamente- di arrivare all'individuazione.

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I Introduzione Attraverso questa tesi si vuole portare a conoscenza il lettore di ciò che Jung definisce “processo d’individuazione”, il quale, è il procedimento terapeutico analitico. La tesi è orientata in tre capitoli nei quali saranno di volta in volta esaminati, seppur in modo sommario, le tappe che portarono Jung allo sviluppo della sua particolare tecnica terapeutica. Nel primo capitolo si parla della visione di inconscio e di Io secondo Freud e Jung; tale spiegazione è necessaria perché Jung, inizialmente, aderisce alla teoria psicoanalitica di Freud, per molti anni egli si occupa principalmente dell’inconscio personale, benché fin dall’inizio non assegnasse ad esso un carattere puramente regressivo. Successivamente, nel corso dei suoi esperimenti (con il reattivo di associazioni verbale), Jung si occupa dei complessi e ne rintraccia ogni possibile varietà, da quelli formati da un piccolo gruppo di rappresentazioni inconsce a quelli che costituivano casi di maggior rilievo: l’autonomia nello sviluppo dei complessi e la loro tendenza ad assumere la forma di una personalità (come si può vedere nei sogni, nello spiritismo, nelle attività medianiche, nei casi di possessione e di personalità multipla). Il complesso è, quindi, uno dei concetti centrali della teoria junghiana ed egli lo definisce “complesso a tonalità affettiva”. Questo termine deriva dagli studi di Bleuler, primario dell’ospedale Burgholzli, presso il quale Jung lavorava. Bleuler confrontando la sua vasta esperienza con i nuovi modelli teorici della psicoanalisi di Freud, individua nell’affettività una funzione psichica autonoma, che affianca l’intelletto e la volontà, a fondamento dell’unità psicosomatica dell’uomo. La sua alterazione è determinante per lo scatenarsi della malattia mentale, la dementia praecox, secondo la vecchia terminologia di Krapelin. Questi studi cambiano radicalmente la nozione cognitiva della demenza e la sua nosografia: a Bleuler si deve la sostituzione di dementia praecox con schizofrenia, scissione della mente provocata da danni radicali alla funzione affettiva. E’ l’affettività che interferisce nei processi mentali danneggiandoli con un’intensità che va dalle semplici distrazioni alla psicosi, secondo il grado della sua dissociazione dal controllo dell’Io. Per Jung quindi non è possibile trattare i complessi ignorando che il “complesso” è quell’ente immaginario, composto da un groviglio di rappresentazioni di grande fascino emotivo, di “tonalità affettiva”, che spadroneggia al posto dell’Io, quando la sua potenza sia sfuggita al suo controllo. Quanto più il soggetto è inconsapevole di un insieme di stati d’animo che gli appartengono, tanto più la sua mente è passiva rispetto a tale groviglio emozionale, in tal caso il complesso prende vita

Laurea liv.I

Facoltà: Psicologia

Autore: Marina Visvi Contatta »

Composta da 80 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.