Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

Metaetica ed etica normativa nella riflessione di R. M. Hare

La riflessione analizza lo sviluppo della riflessione morale di Hare, individuando le radici logico-linguistiche di questa riflessione, prestando successivamente attenzione agli sviluppi normativi di essa in chiave utilitarista.

Mostra/Nascondi contenuto.
5 Introduzione La riflessione morale di Richard M. Hare (1919-2002) è una delle più sistematiche applicazioni dei metodi della filosofia analitica ai problemi dell’etica. Essa sostiene che i giudizi morali che gli esseri umani formano ed in virtù dei quali regolano la propria condotta, hanno tre precise caratteristiche: 1) l’universalità (ossia l’idea che un giudizio morale enunciato in particolari circostanze debba essere espresso nella medesima forma, quando si presentano situazioni simili, negli aspetti rilevanti, alle circostanze che ne hanno determinato l’originaria enunciazione); 2) il loro carattere prescrittivo (ossia il fatto che con l’esprimere un giudizio ci si impegna ad aderire ad esso con fermezza, ad agire in coerenza con esso e a fare in modo, attraverso un’argomentazione razionale e non per mezzo della semplice persuasione oppure della coercizione propagandistica, che anche gli altri facciano altrettanto); 3) il loro essere soverchianti (ossia predominanti, e dunque gerarchicamente superiori rispetto alle altre forme di giudizio, ad esempio quelle estetiche o quelle descrittivo fattuali). Hare si inserisce nel filone di riflessione di carattere metaetico, peculiare della filosofia anglosassone della prima metà del ‘900 e inaugurato da G. E. Moore con i suoi Principia Ethica (1903), secondo il quale il compito del filosofo morale è quello di indagare le regole che sottostanno all’uso dei predicati etici; sarà perciò la chiarificazione del significato di termini come “buono”, “giusto”, “doveroso”, ad attirare l’attenzione degli studiosi che applicano i metodi della filosofia del linguaggio all’analisi dei termini e degli enunciati morali. Infatti, per evitare confusioni concettuali foriere di errori morali, va prima ben chiarito l’ambito linguistico di utilizzo dei termini: solo dopo questo passo potrà esserci discussione in etica, poiché ci sarà un accordo, a valle, sul significato dei termini che si utilizzano. È assente, nella riflessione di questi autori, la definizione di un modello normativo, eccetto per un riferimento all’utilitarismo da parte di Moore nel volume Ethics (1912). Lo stesso Hare, all’inizio della sua riflessione, ritiene che prima di affrontare qualsiasi questione morale, ci debba essere un preliminare accordo sul significato dei termini utilizzati per enunciare le proprie prescrizioni. Il compito del filosofo morale si può efficacemente esplicare nella determinazione delle condizioni di possibilità dei

Tesi di Dottorato

Dipartimento: Filosofia

Autore: Giuseppe Barreca Contatta »

Composta da 198 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 860 click dal 26/06/2008.

 

Consultata integralmente 2 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.