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La narrazione come pratica di distinzione: il caso della ''noia'' a Siena

Informazioni tesi

  Autore: Alberto Cossu
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Davide Sparti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 82

Il mio lavoro di tesi ha indagato un luogo comune del parlare quotidiano: "la narrazione della noia". La ricerca, svolta a Siena, ha cercato di evidenziare le ragioni per cui gli studenti, quasi solo ed esclusivamente fuorisede, hanno l'uso di dire di annoiarsi. Il motivo di tale interesse deriva dal fatto che esso appare eccessivamente stereotipato ed indipendente da circostanze oggettive. Si è quindi indagata la nascita del concetto di "divertimento" (in particolare notturno) e del suo opposto, la "noia".
La tesi mira fondamentalmente a mostrare come il mettere in campo una determinata pratica discorsiva con i propri pari, sia utile in primo luogo a farsi gruppo, a costituire una comunione fàtica, a distinguere i fuorisede dagli autoctoni, così come ad agevolare la costruzione di una propria identità di "giovane-che-si-vorrebbe-divertire".

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7 INTRODUZIONE Il mio progetto di tesi intende indagare una particolare pratica discorsiva che ha per oggetto una trattazione tematizzata della “noia”, o, più precisamente, della “noia a Siena”. Ciò che mi ha spinto a indagare questo particolare ambito del parlare quotidiano è il suo essere stereotipato, condiviso, quasi un luogo comune. In altri termini, l’impressione era che a Siena “tutti” dicessero di “annoiarsi” e che la città stessa fosse ritenuta “noiosa”. Da ciò è nata la volontà di capire quale sia in effetti il nucleo tematico della narrazione, come funzioni, si trasmetta, e, soprattutto, quale funzione abbia. È utile precisare che il concetto scelto di “narrazione” rappresenta una sintesi terminologica cui ancorare la variabilità delle forme che questa stessa idea assume, attingendo ad un comune serbatoio narrativo che ha per oggetto “la storia dei ragazzi annoiati nella città noiosa”, e di cui le varie occorrenze empiriche rilevate si configurano come “atomi narrativi”. Non si tratta dunque di una narrazione nel senso più stretto del termine, quanto di un modo per dare organicità ad un oggetto di studio altrimenti difficilmente gestibile. La domanda fondamentale a cui questo lavoro tenta di rispondere scaturisce dal dubbio che il “narrare la noia” non si esaurisca nella mera affermazione della propria insoddisfazione, ma che abbia ulteriori e più pregnanti implicazioni sociologiche. Proprio queste implicazioni costituiscono il nucleo del presente lavoro, il quale mira a scoprire quali meccanismi sociali stiano dietro ad una così diffusa pratica collettiva, che, va detto, trova delle significative contraddizioni in ciò che gli attori hanno sostenuto in sede di intervista. L’ipotesi che qui si sostiene è che dietro alle parole pronunciate quasi inconsapevolmente dagli attori vi siano pulsioni sociali e culturali celate dal discreto e uniforme svolgersi della vita quotidiana. Problematizzare il quotidiano, destrutturare il senso comune, “sbanalizzare” l’ovvio sono operazioni a cui questo lavoro tende, se non nei risultati, almeno nella sua impostazione teorica e metodologica. L’ipotesi teorica fondamentale che sta alla base di questo progetto è: parlare significa fare. La conversazione è quindi intesa come vera e propria azione sociale, sorretta da determinati valori e norme, e orientata alla produzione di un senso che non deve essere considerato mai come dato ex-ante. Tali convers-azioni, per il loro carattere sociale, si situano all’interno di un network relazionale, che, attraverso

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