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L'occhio indagatore: modelli e prospettive dell'inchiesta televisiva

Informazioni tesi

  Autore: Simone Franchi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM)
  Facoltà: Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo
  Corso: Televisione, cinema e produzione multimediale
  Relatore: Daniela Cardini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 171

Quando si parla di “inchiesta”, in Italia forse più che altrove, si ha la sensazione che attorno a questo termine regni una gran confusione. Quando poi si comincia a parlare di “inchiesta televisiva” possiamo tranquillamente affermare che, se non regna il buio completo, la luce è davvero poca.
“Non esiste giornalista che non ritenga di fare giornalismo d’inchiesta”: questa è una delle risposte che abbiamo ottenuto parlando dell’argomento con alcuni addetti ai lavori durante la stesura di queste pagine. Probabilmente è vero. Ma quanti dei giornalisti e dei lettori (o telespettatori) italiani hanno veramente un’idea precisa di cosa possa essere definito “inchiesta”? Una minima parte probabilmente. Persino i testi di giornalismo che ne fanno cenno propongono definizioni parziali che non riescono a rendere esaustivamente la complessità “multistrato” di un genere che appare particolare dal primo all’ultimo passaggio della sua realizzazione.
L’inchiesta giornalistica nasce, infatti, come un investimento maggiormente a rischio rispetto ad altri prodotti: per i costi che comporta, per come rivoluziona la classica organizzazione redazionale, per il tempo che richiede la sua realizzazione e per lo spazio che necessita la sua esposizione, per come utilizza le fonti e per la preparazione e la professionalità che è richiesta al giornalista che la conduce.
È “qualcosa di diverso”, un prodotto i cui criteri di notiziabilità si discostano dai criteri classici del giornalismo di cronaca, esponendo l’editore a rischi rilevanti.
Ecco quindi levarsi, già vent’anni fà, il grido di una parte degli addetti ai lavori che, potremmo dire, “denuncia la mancanza di denuncia” e ravvisa una certa latitanza della “vera” inchiesta nel panorama giornalistico italiano, proponendo visioni pessimistiche e ricordando i bei tempi del giornalismo che fu. A questi si oppone il secondo schieramento, quello di chi sostiene che l’inchiesta sia presente nel giornalismo italiano odierno e che la vera difficoltà stia nel riconoscere le nuove forme che essa ha.
Lo scenario è quindi decisamente complesso, e lo diventa ancor di più nel momento in cui la riflessione si estende al mezzo televisivo. Non molti sono disposti a sostenere che nella televisione odierna esista un giornalismo d’inchiesta vero e proprio e, non a caso, sono pochi, quasi inesistenti, i riferimenti all’inchiesta televisiva nei manuali di giornalismo, forse perché si pensa che realizzare un’inchiesta per un programma televisivo non sia così differente dal realizzarla per un quotidiano, per un periodico o per un sito internet. Non è così: le problematiche a cui abbiamo accennato per l’inchiesta giornalistica (costi, rischi, spazi, tempi ecc.) ritornano e si aggravano nel momento in cui il mezzo diventa la televisione.
I dubbi e le domande quindi si moltiplicano: quali sono le caratteristiche che il giornalismo assume quando entra in contatto con la televisione? Esiste una vera e propria inchiesta televisiva? Quali caratteristiche possiede? Come riesce, la neotelevisione, legata indissolubilmente alla necessità di successo in materia di ascolti, ad arginare le problematiche che questo genere comporta? Com’è possibile ridurre il rischio? Quanto conta l’immagine, la possibilità di mostrare ciò che si racconta, nel momento in cui si va a caccia della verità? Al pubblico interessa davvero questo genere di prodotti? Vale la pena di investire?
Nelle righe precedenti abbiamo accennato ai due filoni che hanno sviluppato una riflessione sull’inchiesta giornalistica. La tesi di chi sostiene che l’inchiesta sia presente nel panorama italiano e che abbia semplicemente mutato le sue forme diventa, in ambito televisivo, particolarmente interessante: è davvero questo il panorama? Quali sono le forme ibride dietro cui l’inchiesta si nasconde? Per quale motivo? Quali sono i programmi che riescono a mettere in atto questo meccanismo in modo più efficace e come si differenziano da programmi d’inchiesta “classici” del passato? Per svolgere questa analisi saranno analizzati alcuni programmi televisivi più datati, come ad esempio, RT-Rotocalco televisivo, La notte della Repubblica, Tv7, Mixer, i lavori di Soldati ecc., contrapposti a prodotti più recenti come Report, Il testimone, Striscia la notizia, Le iene, Blu notte, Ombre sul giallo, Top secret, La storia siamo noi, W l’Italia.

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6 Introduzione Quando si parla di “inchiesta”, in Italia forse più che altrove, si ha la sensazione che attorno a questo termine regni una gran confusione. Quando poi si comincia a parlare di “inchiesta televisiva” possiamo tranquillamente affermare che, se non regna il buio completo, la luce è davvero poca. Il punto di partenza non suscita di certo ottimismo, ma è senz’altro stimolante per chi si accinge ad approfondire l’argomento e ad andare alla ricerca di risposte quanto più possibile definitive. “Non esiste giornalista che non ritenga di fare giornalismo d’inchiesta” 1 : questa è una delle risposte che abbiamo ottenuto parlando dell’argomento con alcuni addetti ai lavori durante la stesura di queste pagine. Probabilmente è vero. Ma quanti dei giornalisti e dei lettori (o telespettatori) italiani hanno veramente un’idea precisa di cosa possa essere definito “inchiesta”? Una minima parte probabilmente, perché nel nostro paese, seppure si guardi all’inchiesta come ad un genere giornalistico “alto” e meritevole di ogni attenzione, la confusione è tanta e la tradizione poca. Persino i testi di giornalismo che ne fanno cenno propongono definizioni parziali che non riescono a rendere esaustivamente la complessità “multistrato” di un genere che appare particolare dal primo all’ultimo passaggio della sua realizzazione. L’inchiesta giornalistica nasce, infatti, come un investimento maggiormente a rischio rispetto ad altri prodotti: per i costi che comporta, per come rivoluziona la classica organizzazione redazionale, per il tempo che richiede la sua realizzazione e per lo spazio che necessita la sua esposizione, per come utilizza le fonti e per la preparazione e la professionalità che è richiesta al giornalista che la conduce. 1 Cfr. intervista a Fabio Ravezzani nel cap. 5.

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