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La decrescita. Laboratorio per un'alternativa sostenibile e felice (tanto per i Paesi ricchi quanto per quelli poveri)

Approfitto di questa occasione per ricordarmi di come mi sono avvicinata al tema della decrescita. Per quanto mi riguarda esso è stato fin dall’inizio legato a quello della cooperazione ‘allo sviluppo’, in quanto l’ho scoperto durante il corso di formazione alla cooperazione e al volontariato internazionale, organizzato da quattro ong friulane: il CEVI, l’ACCRI, il CVCS e Solidarmondo nel 2006-2007. E il relatore che in quell’occasione parlò per primo di decrescita è stato Edgar Serrano, della facoltà di Cooperazione allo Sviluppo di Padova.
Allora neanche immaginavo che potesse esistere un simile progetto, ma subito mi accorsi che conteneva in sé delle idee che mi convincevano e mi erano chiare fin da subito. Così ho iniziato ad informarmi e a leggere ed è stato assolutamente spontaneo dedicarci la mia tesi, la cui parte specifica concerne, direi quasi altrettanto naturalmente, la cooperazione allo sviluppo, o meglio quello che dovrebbe essere uno sviluppo della cooperazione.
Purtroppo in Italia concetti come questi sono ancora marginali, ma non bisogna scoraggiarsi: in alcuni Paesi esteri, (come il Belgio, dove sto studiando attualmente), può capitare di trovare nella bibliografia dei corsi universitari di cooperazione testi di Rist e Latouche.

Fin dai tempi del liceo, se non da prima, ho sempre fatto in modo che una parte importante della mia vita fosse al servizio della collettività (a partire da quella che mi era più vicina, ovvero quella studentesca); per dirla con Sartre, ho sempre pensato che l’unico modo per dare un senso alla propria esistenza sia l’impegno verso la comunità di cui si fa parte. La spinta mi viene probabilmente da una tensione che sento dentro di me e che è dovuta al duplice rapporto che mi lega alla società contemporanea, che definisco come un rapporto madre-figlia, in cui la figlia è spesso in conflitto con la madre e critica verso di lei ma le è allo stesso tempo anche profondamente e intimamente legata ed è, in un certo senso, dipendente da lei.

Come si vede fin dal titolo della tesi, LA DECRESCITA. LABORATORIO PER UN’ALTERNATIVA SOSTENIBILE E FELICE (TANTO PER I PAESI RICCHI QUANTO PER QUELLI POVERI), il tentativo è quello di presentare il progetto della decrescita come l’alternativa all’attuale modello che, certamente, è anche quello capitalista, ma non solo: più in generale è ogni sistema basato sulla crescita. Certo dare un volto all’avversario oggi risulta problematico, ma l’interesse nei confronti della decrescita sta aumentando, così come i gruppi e le esperienze che vi si richiamano, perché sostenibilità e felicità sono obiettivi che corrono paralleli.
È anche vero che l’ormai necessario cambiamento nella direzione della sostenibilità può essere una scelta ex ante, dovuta alla presa di coscienza che si può costruire qualcosa di meglio, oppure, a lungo andare, un obbligo e un paracadute ex post. La seconda delle due prospettive è inquietante perché presenta il rischio che le élites che detengono il potere lo sfruttino per mantenersi in una condizione privilegiata, sopprimendo o restringendo i diritti del resto della popolazione e lo scenario più probabile è quello di un susseguirsi di guerre per accaparrarsi le ultime risorse. Mentre la decrescita propone esattamente il contrario e il suo scopo è una società finalizzata al conseguimento del benessere prima che alla ricchezza monetaria; un società più autonoma e conviviale. La decrescita può essere intesa come società della post-modernità, della post-abbondanza, della post-dismisura e del post-‘sogno americano’; società in cui si punterà a preservare le risorse (e a porre fine alle ingiustizie sociali).

Scrivere questa tesi mi ha cambiata nel profondo, mi ha fatto riflettere sulle mie aspirazioni, sui miei desideri e sulle mie ambizioni, mi ha aiutata a guardarli dall’esterno e a capire in che quantità fossero davvero miei e in quale non fossero altro che il riflesso delle aspettative provenienti dalla società. Mi ha rimessa coi piedi per terra: io sono una persona che spesso tende a parlare dei massimi sistemi, ma adesso ho capito che non vanno sottovalutati quelli minimi: è solo partendo dal basso che si possono cambiare le cose, prima a livello individuale e locale e poi a livello politico, passando anche per la società civile.

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  1 LA DECRESCITA.  LABORATORIO PER UN’ALTERNATIVA SOSTENIBILE E FELICE  (TANTO PER I PAESI RICCHI QUANTO PER QUELLI POVERI)    Ci troviamo oggi  in un’epoca  in cui, da un  lato  l’uomo è  ‘onnipotente’,  in quanto è  riuscito  ad  emanciparsi  dai  limiti  che  la  natura  gli  imponeva,  a  controllarla  ed  a  modificarla, ma  in  cui  tale  ‘onnipotenza’  è messa  in  discussione  da  altri  fattori:  capacità  e  velocità  di  rigenerazione  della  biosfera  per  quanto  riguarda  le  fonti  rinnovabili e  fine delle  risorse non  rinnovabili  in primis.  In un’epoca  in  cui esso è  ‘schiavo  delle merci  e  delle  leggi  del mercato’;  con  questa  espressione  intendo  il  dato oggettivo secondo cui l’uomo moderno – in particolare quello dei Paesi ricchi ‐  ha  perso  quel  ‘sapere’  e  quel  ‘saper  fare’  che  appartenevano  alla  base  culturale  comune fino a poche generazioni fa e quindi non è più in grado di produrre i beni a  lui necessari  in autonomia e cade  in un’altra dipendenza.  In un’epoca  in cui spesso  gli effetti del progresso sono ambivalenti e contraddittori, pensiamo ad esempio ai  danni  provocati  all’ambiente  dall’inquinamento  ed  alle  nuove  malattie  della  modernità. E, infine, in un’epoca in cui basta guardarsi intorno per rilevare una sorta  di nuova alienazione, un misto di  frenesia e  stress da un  lato e, dall’altro, apatia,  mancanza di  fiducia e pointillisme  sociale, nel  senso  che, pur essendo numerosi e  avendo mille mezzi di comunicazione efficientissimi, in fondo si è più soli e i legami  sociali sono più deboli rispetto ad un tempo.  Certamente,  tutti questi effetti  ‘indesiderati’ possono essere considerati solo delle  esternalità  negative,  delle  conseguenze  non  volute  ma  inevitabili,  il  ‘prezzo  da  pagare’;  oppure  possono  essere minimizzati.  In  realtà,  il  benessere  della  nostra  società è  in buona parte  illusorio. In particolare, nel PIL vengono considerate come  positive  anche  le  attività  che  arrecano  un  danno  alla  società,  a  patto  che  esse  comportino delle transazioni in denaro. Questo è un grosso errore e significa vivere  ‘a breve termine’.  Infatti, se  includessimo nel conteggio  l’uso del capitale naturale,  vedremmo come il tasso di crescita diminuirebbe notevolmente e come il benessere  che conquistiamo con fatica non sia che un  lato della medaglia,  la cui altra faccia è  quella di un Giano bifronte, alla Pirandello,  che  ride della prima.  In altre parole,  i  costi marginali della crescita superano i benefici marginali.  Tale  situazione  suscita  preoccupazioni  già  da  anni  ma,  nonostante  questo  e  nonostante il dibattito sia in corso (in alcuni Paesi di più – Francia ‐, in altri di meno – 

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Gaia Calligaris Contatta »

Composta da 107 pagine.

 

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