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Sul teatro di Emma Dante: la fascinazione di Tadeusz Kantor

Informazioni tesi

  Autore: Delia Centonze
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Dams
  Relatore: Franco Ruffini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 82

Questa tesi ha cercato di attraversare alcuni punti che a nostro avviso sono apparsi fondamentali per la sistematizzazione dell’operato della Sud Costa Occidentale e che al contempo sono sembrati adatti a rilevare la direzione delle numerose suggestioni kantoriane. Appendice di questo studio è un’intervista ad Emma Dante.
Il nostro lavoro si è mosso a partire dall’analisi della nozione di laboratorio in ragione del fatto che questa pratica, fondamentale nel teatro del Novecento, è stata giudicata da Emma Dante il solo mezzo necessario alla realizzazione del suo teatro. In questa sezione è emersa l’importanza della prima suggestione kantoriana a cui la regista fa esplicito riferimento, quella relativa al valore della ricerca, atteggiamento artistico che assume le sembianze delle spalle rivolte al pubblico perché: “Non si guarda una pièce di teatro come un quadro,/ per le emozioni estetiche che procura,/ ma la si vive concretamente.”
Più avanti si è fatto riferimento alla devozione per l’insieme della macchina teatrale, Emma Dante riconosce questo valore al Cricot 2 .
Il terzo fondamentale anello di questa relazione col teatro che si fa ponte con l’altrove è quello della memoria, il tentativo è tenerla sveglia a tutti i costi. Il teatro è quindi un provvedimento per reagire ad una dimenticanza legata al tempo, ma ad un tempo che, come nel teatro della memoria di Kantor, trascende la storia perché il passato coincide con il presente, con la presenza in una terra con la quale si deve fare i conti..
Allo stesso modo, in quanto forza assieme fisica e metafisica, la morte è al cuore di questo teatro che, nuovo anello, grazie al jeu del rituale consente un dialogo tra vita e morte che sempre rafforza la potenza della vita, (ancor più quando negli spettacoli vediamo i personaggi assoggettarsi e soccombere a questa forza millenaria); è difatti attraverso il corpo dell’attore, carico di vita e bacino di memoria, che si attua la cerimonia: “Le jeu rend le rituel visible. Il le traduit en langage théâtral” . Questo rito, che fa della religione cattolica una piattaforma percettiva, opera sulle proprietà delle sue liturgie ed offre al pubblico la vulnerabilità dell’uomo, la sua grazia, la sua bassezza: il suo corpo e il suo sangue.
Il lavoro della compagnia siciliana non intende ripercorrere le orme di un’esperienza precedente né tanto meno portarla avanti, è un lavoro che riconosce il valore di chi ha realizzato un intervento rivoluzionario, è l’impegno di chi ha voluto conoscerlo e studiarlo, è l’intelligenza di chi sa lasciarsi attraversare dalla grandezza altrui e che, consapevolmente o meno, si porta via qualcosa di necessario alla sua di storia, che è un’altra.

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3 INTRODUZIONE “ […] un altro lavoro che mi colpì moltissimo, al Biondo di Palermo, fu La macchina dell’amore e della morte di Kantor, l’unico suo lavoro che riuscii a vedere. Di Kantor ricordo la macchina scenica che girava e un attore, che per una malattia aveva gli avambracci enormi, che raccoglieva delle cose… E poi mi ricordo lui, Kantor, di spalle.[…] Era sempre di spalle: mi dava le spalle. Questa cosa mi inquietò e me la ricordo sempre perché le spalle di Kantor per me sono il teatro”. 1 In questa frase si condensa una delle ragion d’essere di questo studio, parco tentativo di capire la natura di un riferimento più volte menzionato, talvolta dalla stessa Emma Dante, regista contemporanea a cui è dedicato questo lavoro, talvolta da chi su di lei ha scritto con acume. Questo lavoro nasce quindi dal desiderio di carpire innanzitutto le istanze estetiche e metodologiche per mezzo delle quali si manifesta oggi il lavoro della regista e della sua compagnia, essendo questa una realtà del teatro contemporaneo italiano che si è andata affermando con notevole vigore negli ultimi anni ed in particolare a partire dal 2000. L’interesse nell’approfondire questi aspetti non trova il suo slancio unicamente in ragione del favore accordato alla regista siciliana in questi anni da buona parte delle istituzioni italiane che si occupano del teatro di ricerca, così come da quelle straniere, o dal vivo interesse manifestato dalla critica; ma anche e soprattutto perché ci si trova ad assistere al procedere creativo di un gruppo che opera tramite metodologie che per lungo tempo si sono credute inadeguate ad una larga diffusione del fatto teatrale e ad un’importante adesione partecipativa da parte del pubblico. In particolar modo si cercherà di mettere a confronto l’operato di Emma Dante con quello di Tadeusz Kantor, il grande artista polacco fondatore del Cricot 2, che secondo la regista ha rivoluzionato il modo di fare teatro nel Novecento assurgendo al ruolo di maestro di tutti coloro che dopo di lui hanno intrapreso la strada della ricerca. 1 E. DANTE, La strada scomoda del teatro, intervista a cura di Andrea Porcheddu e Patrizia Bologna, in A. Porcheddu, Palermo Dentro. Il teatro di Emma Dante, , Civitella in Val di Chiana (ar), Zona, 2006 p. 33.

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Parole chiave

emma dante
laboratorio teatrale
sud costa occidentale
tadeuz kantor
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