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Immagine e integrazione dei Gastarbeiter - Wolfsburg 1962-73

Informazioni tesi

  Autore: Katiuscia Cutrone
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: UniRoma3
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Storia
  Relatore: Renato Moro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 303

L’Italia è un paese di lunga tradizione di emigrazione di massa. Milioni di persone hanno lasciato il nostro paese nel lungo periodo che va dall’unità del 1871 fino ai primi anni ’70 del ‘900. La maggior parte degli studi italiani su questo importante fenomeno si concentrano su determinati flussi migratori, lasciando quasi totalmente inesplorati altri; infatti, esiste una vasta produzione storiografica sull'emigrazione italiana verso le Americhe tra Otto e Novecento, ma, ad oggi, non è stata avviata dagli studiosi italiani una significativa riflessione storica sul fenomeno emigratorio italiano verso l'Europa del secondo dopoguerra.
La presente ricerca, per contro, vuole presentare un quadro storico-sociale e una lettura iconografica di quello che può essere considerato il più grande flusso migratorio del dopoguerra in Europa: quello italiano in Germania. E' stata scelta come oggetto di studio “la più grande comunità italiana al di là delle Alpi”: Wolfsburg, la città della Volkswagen. Una cittadina nata dall'idea nazista della “città modello” e per costruire la quale Hitler, settanta anni fa, fece giungere operai italiani. Dunque un posto dove la presenza italiana fu determinante dal principio. Il quadro storico viene presentato a partire da quella data, per fornire un'idea più esaustiva del luogo di emigrazione. Quindi si procede con una ricostruzione della storia dei nuovi emigrati italiani del dopoguerra, “emigrati di stato” che seguivano procedure stabilite in commissioni italo-tedesche, cercando di capire perché questi Gastsarbeiter (Lavoratori Ospiti), concepiti per rimanere solo qualche anno, ricostruire l'economia tedesca e poi tornarsene a casa loro, al contrario, nella maggior parte dei casi siano rimasti. La ricerca è stata strutturata non solo attraverso una ricerca bibliografica e l'analisi dei giornali d'epoca, ma usando strumenti nuovi di ricerca, quali le interviste a chi è hier geblieben (rimasto qui) e l'analisi delle loro fotografie private. Si è ricostruita quella che fu l'immagine dei Gastarbeiter italiani, ma si è anche tentato di comprendere se e come quegli immigrati italiani di allora si sentano oggi integrati, assimilati o invece ancora un gruppo distinto all'interno della società tedesca. Se quindi l'idea di un'integrazione europea sia possibile per ospiti presenti da quasi mezzo secolo in un paese ospitante.
La presente tesi di laurea è stata già presentata in Germania attraverso la mostra fotografica Hier Geblieben, presso l'Istituto Italiano di Cultura di Wolfsbrug (2003), premiata dalla Comunità Europea, nel concorso: “Cento Tesi per l'Europa (2004) e usata per lo spettacolo teatrale Aufmarsch der Itaker, presentato a Wolfsburg e in diverse altre città tedesche (2004-2005, sito: http://www.francesca-de-martin.de/aufmarsch-der-itaker.html).

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NOTA IMPORTANTE: Tutte le foto, le interviste e i filmati citati nella presente tesi, il Vol. II (raccolta fotografica) e i CD allegati alla tesi, purtroppo non sono visibili né consultabili in questa versione on line, in quanto l'autrice non ha avuto disposizioni autorizzative da parte dei proprietari delle foto e da parte degli intervistati. Premessa L’Italia è un paese di lunga tradizione di emigrazione di massa. Milioni di persone abbandonarono il nostro paese a partire dall’unità del 1871 fino agli anni ’60 del ‘900. Gli italiani fecero parte, in questo lungo secolo, di quella parte del sud del mondo che andò a lavorare nelle ricche ed industrializzate società del nord. Durante gli anni ’60 si ebbe quel movimento di lavoratori che Federico Romero identifica come l’ultimo ciclo storico dell’emigrazione italiana. 1 Quest’ultimo fenomeno migratorio non presentò nessuna delle caratteristiche dell’emigrazione stagionale che si era avuta ad inizio secolo, e neppure ebbe un effetto permanente, come quello che si era avuto, invece, nelle emigrazioni in continenti extra-europei; “…il tratto fondamentale che >… ≅ caratterizza questo flusso migratorio è la sua particolare dimensione temporale né stagionale, né permanente” 2 . All’inizio “…quasi tutti preved[evano] e/o desidera[vano] ritornare dopo un periodo di 2-3 anni ed in ogni caso non più di cinque, il tempo giudicato necessario per realizzare l’obiettivo stabilito, cioè un certo ammontare di risparmio”. 3 Negli anni ’60 le persone non pensavano più di emigrare nel senso tradizionale del termine, ossia per costruirsi una nuova vita altrove; chi si spostava, credeva al 1 F. Romero, L’emigrazione operaia in Europa (1948-1973), in: P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina, Storia dell’Emigrazione Italiana, Roma 2001, p. 410. 2 Emilio Reyneri, La catena migratoria. Il ruolo dell’emigrazione nel mercato del lavoro di arrivo e di esodo, Bologna 1979, p. 36. 3 Ibidem. 2

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