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InCerti equilibri: la precarietà tra percezione e condizione

Da 60 anni la Repubblica italiana si fonda sul Lavoro, che deve essere libero dalle discriminazioni e garantire un salario dignitoso, mantenendo fede al principio dell’uguaglianza dei cittadini, senza alcuna differenza di sesso, età e religione. Ovviamente il nostro inteto non è quello di entrare nel merito di questioni di tale portata, bensì di offrire qualche spunto per le riflessioni che verranno su quello che è il tema che riteniamo centrale della postmodernità: la precarietà dell’individuo.
A partire dalla destrutturazione di quelli che Ranci definisce ‹‹meccanismi sociali ed economici che nella seconda metà del XX secolo hanno garantito una distribuzione socialmente accettabile delle ricompense sociali››: l’organizzazione del lavoro; la perdita di efficacia del welfare largamente inteso, non solo i cambiamenti dell’intervento statale quindi, ma anche la tendenziale rivoluzione del concetto di famiglia, arriviamo a proporre una definizione di precarietà che ci permetta di interrogarci sull’effettiva portata di liberalizzazione individuale cui la fine delle vecchie strutture dovrebbe condurci. Quanto, cioè, quella che M. Paci definisce la ‹‹rivincita del mercato›› sia la porta di accesso alla pluralità delle scelte, o se è, invece, la cristallizzazione delle disugualianze, l’individualizzazione della risposta ai nuovi, sebbene vecchi, rischi. Identificando, quindi, la precarietà come il rischio in cui incorre un individuo di essere escluso da un’adeguata protezione sociale, di qualsiasi origine, che sappia tutelarne la persona e la libertà di scelta dall’asservimento alle esigenze della singola azienda o a quelle del sistema produttivo generale, proponiamo l’idea che la precarietà sia una condizione di rischio estendibile a chiunque, riconducibile però a diversi livelli di gravità in relazione a diverse variabili. In quest’ottica infatti la flessibilizzazione del lavoro, frutto della scelta delle imprese di una via bassa alla competitività è una condizione fondamentale ma non sufficiente alla massimizzazione dell’esposizione al rischio.
D’altra parte abbiamo visto che ancora oggi donne e giovani sono identificabili come i soggetti deboli del mercato del lavoro, vittime di discriminazioni che ne impediscono una reale autodeterminazione. In questo senso abbiamo a lungo riflettuto sull’importanza delle scelte individuali e sulla loro reale implementazione. Il processo di individualizzazione, che si è dimostrato un’ottima chiave interpretativa dei fenomeni di affrancamento dell’individuo dalle vecchie istituzioni sociali, non sembra poter dar conto delle scelte obbligate dei soggetti nel mercato del lavoro. Per questo, a partire dalla definizione che proponiamo, assume centralità la percezione dell’individuo, che ne determina l’autocollocazione sociale, intesa come consapevolezza della propria esposizione al rischio di precarietà. Nel modello interpretativo che proponiamo la chiave di lettura è nello stretto rapporto tra identità e professionalità, o meglio con il livello della specificità del profilo professionale, in altre parole, a diversi livelli di specificità professionale, riteniamo, cambi la configurazione del rapporto tra identità e professionalità, divenendo molto più stretto per le professionalità altamente skilled, così che anche elementi quali le aspettative e il capitale sociale siano professionalmente orientati.

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30 per fronteggiare un picco di produzione; il secondo aspetto è invece legato al contrarsi della pressione fiscale sull’impresa. D’altra parte anche la critica a questa impostazione è forte se si pensa che da più parti si lamenta la mancanza di dati certi19 per un verso e si promuove una diversa tematizzazione della problematica per un altro, chiedendosi se alla centralità del valore strettamente quantitativo del tasso d’occupazione non possa essere sostituita una maggiore attenzione agli aspetti qualitativi del lavoro. Ovviamente il dibattito ha origini molto più lontane e ricalca le contrapposizioni tipiche tra un approccio liberista all’economia, basato su una bassa pressione fiscale con conseguente riduzione dell’intervento statale e quello di chi, invece, vede nella pressione fiscale l’opportunità di una migliore redistribuzione dei redditi, funzionale ad una maggiore equità sociale. 3.2. Dal dibattito pubblico allo scontro tra paradigmi. L’agorà della polis greca è il luogo principale del dibattito pubblico nel prototipo della democrazia occidentale. Oggi i luoghi sono cambiati, sono cambiati i mezzi del dibattito e con essi i tempi. L’opinione pubblica non deve recarsi nella Piazza per assistere alle esibizioni retoriche di intellettuali e politici, ma sono loro stessi che entrano nelle case della maggior parte dei cittadini per mezzo della televisione, della radio, dei computer etc. L’ambiente casalingo è diventato la Piazza principale con l’evidente risultato che il dibattito pubblico è un po’ meno pubblico e un po’ più privato. Sarebbe comunque errato pensare che quella dimensione pubblica della condivisione delle idee, del convincere e lasciarsi convincere, ma anche deridersi e arrabbiarsi, non esista più. Basta 19 Il dibattito sull’univocità dei dati quantitativi del mercato del lavoro è apertissimo, specialmente per quanto riguarda i dati disaggregati. Il Gruppo di monitoraggio sulle politiche del lavoro, ad esempio riferendosi alla rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro dell’ISTAT ricorda come ‹‹nel valutare la capacità di un’indagine svolta presso le famiglie […] di monitorare l’uso di singole e specifiche fattispecie contrattuali è perciò da tenere in conto l’estrema vulnerabilità dei risultati a fronte del framing d’indagine (Ossia del suo impianto o strutturazione) e la mancanza di precisione dei dati riferiti a piccole popolazioni insiti nella natura campionaria dei dati›› [Gruppo di monitoraggio sulle Politiche del Lavoro, 2006: 56-57].

Laurea liv.I

Facoltà: Sociologia

Autore: Gianluca De Angelis Contatta »

Composta da 70 pagine.

 

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