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La Politica Europea di Sicurezza e di Difesa. Dal fallimento della CED al trattato di Lisbona e prospettive di evoluzione.

La Politica Europea di Sicurezza e di Difesa (PESD) è lo strumento di proiezione esterna degli interessi dell’Unione nel promuovere la pace e la sicurezza internazionale. Essa contribuisce all’affermazione di una presenza internazionale attiva dell’Europa nel mondo ed alla progressiva definizione di un’unica identità europea di difesa. La presente tesi ha lo scopo di analizzare la disciplina giuridica della PESD all’interno dei trattati istitutivi, illustrandone l’evoluzione storica ed istituzionale, i complicati meccanismi decisionali interni ed il rapporto con le altre organizzazioni internazionali di sicurezza. I limiti della normativa vigente in quest’ambito sono visitati alla luce del nuovo ruolo, cui l’Europa aspira nel mondo, come attore internazionale di sicurezza e delle proposte di riforma istituzionale dei trattati che da qualche anno sono al centro del dibattito politico sull’integrazione europea. Il trattato Costituzionale ed il trattato di Lisbona diventano così la chiave di lettura delle prospettive di evoluzione della PESD in un contesto normativo che necessita oggi, per la gestione delle operazioni in teatri di crisi, di maggiore flessibilità, razionalità e funzionalità.
La prima parte della tesi affronta il tema della sicurezza europea nel contesto più ampio della politica estera di sicurezza comune (PESC), illustrando le fasi più significative dell’integrazione politica e lo sviluppo di istituzioni, norme e procedure parallele al pilastro comunitario prettamente economico, ma strettamente connesse a questo dall’unicità del quadro istituzionale, disposto dall’art. 3 del TUE, il quale ha consentito oltre ad un rapido sviluppo di un’unica forte posizione degli Stati membri sulle questioni di politica estera, anche la progressiva affermazione, da Maastricht in poi, di un meccanismo di difesa autonomo, la PESD, per guadagnare peso politico internazionale nelle scelte di politica estera effettuate.
Individuato l’ambito normativo che fa capo alla PESD, la seconda parte mira alla conoscenza di come l’Unione si sia dotata di tale strumento operativo sfruttando le capacità militari dell’UEO e assorbendo di questo tutte le competenze nella gestione delle crisi, comprese le c.d. missioni Petersberg. Esaminando la normativa in vigore, viene poi presentata la struttura generale della PESD ed i compiti attribuiti alle singole istituzioni europee nel processo decisionale, con particolare riferimento al procedimento interno che conduce dall’adozione di un atto PESC all’avvio di un’operazione PESD. L’efficacia delle operazioni è tuttavia limitata da numerosi fattori che vanno dalla difficoltà di raggiungere un accordo tra gli Stati membri sulle questioni PESD alla necessità di rafforzare e razionalizzare il quadro istituzionale e le procedure di avvio dell’operazione stessa. A tale scopo il Trattato di Lisbona ed ancor prima il Trattato costituzionale offrono soluzioni istituzionali efficaci. Essi modificano ed ampliano la disciplina sulla PESD, ne evidenziano la forza implicita, sebbene inutilizzata, nella gestione delle crisi ed esaltano la sinergia delle capacità civili e militari che possono diventarne il pilastro portante.
Nella terza parte, il ruolo della PESD viene analizzato nel rapporto con le altre organizzazioni internazionali di sicurezza: la NATO e l’ONU. Con la prima, la crescente cooperazione a livello istituzionale ha portato alla conclusione degli accordi Berlin Plus, che disciplinano la coesistenza di competenze così simili in funzioni e raggio d’azione. Con la seconda i legami funzionali esistenti ai sensi dell’art. 11 del TUE fanno della PESD uno strumento nella mani del Consiglio di Sicurezza per la gestione delle crisi, ma il limbo giuridico in cui la rappresentanza dell’UE è costretta ad operare in seno alle Nazioni Unite limita notevolmente la sua visibilità politica e ne ostacola la costruttiva collaborazione negli interessi della sicurezza internazionale. Il buon uso fatto fino ad oggi dell’art. 19 del TUE, e la personalità giuridica dell’Unione sancita nel nuovo trattato di Lisbona sembrano aver risolto, assieme al problema della rappresentanza esterna, anche le questioni di coerenza di strutture e meccanismi PESD, favorendo anche dal punto di vista giuridico una cooperazione più stabile e proficua per le missioni multinazionali.
Infine, nell’ultima parte, viene valutata la situazione italiana nei rapporti con la PESD e con la NATO, si analizzano i meccanismi giuridici di partecipazione dell’Italia nelle missioni multinazionali e come questi vengono recepiti nel nostro ordinamento. Il riferimento alla recente missione libanese Unifil ed alla guida italiana dell’Euromarfor propone la visione di un Paese fortemente impegnato nelle missioni di pace, che manifesta la volontà di acquisire un ruolo più incisivo in entrambe le organizzazioni per favorire soluzioni multilaterali alla sicurezza collettiva.

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INTRODUZIONE L’ordinamento dell’Unione europea: concetti generali Parlare oggi dell’Unione europea è un compito gravoso e probabilmente, quale che sia l’interpretazione che si ritenga di accogliere, vi sarà sempre qualcuno che la considererà inadeguata, non per mera volontà critica, ma per la complessità e la dinamicità del soggetto che si vuol definire. Nondimeno gli sforzi definitori iniziali sono necessari, in quanto permettono a chi scrive, di inquadrare istituti eterogenei in una prospettiva unitaria e conseguentemente a chi legge, di comprendere che la ricostruzione esposta non ha aspirazioni dogmatiche, ma si limita a sostenere una tra le varie tesi astrattamente plausibili. L’Unione europea, oggi, deve essere considerata un’organizzazione sovranazionale a carattere prefederale. In questo breve preambolo illustrerò il significato di tale definizione, richiamando alcuni aspetti generali sull’UE, sui delicati equilibri interni e sull’attuale conformazione di istituzioni, strutture e procedure comunitarie. Possiamo affermare che l’Unione europea, oggi, rispecchia tendenzialmente le due correnti che ne hanno condizionato la nascita e lo sviluppo: quella federalista e quella confederale 1 . La prima con l’intento di dividere il potere costituzionalmente tra un’autorità governativa centrale e delle unità politiche di sottogoverno (province, regioni, ecc.), la seconda più propensa ad una libera unione di Stati. Quando dopo la seconda guerra mondiale, si pose il problema dell’unità dell’Europa, tutte le correnti politiche e di pensiero convergevano su tre esigenze da garantire al vecchio Continente: costruire in Europa un sistema di pace tra popolazioni che si consideravano dei nemici potenziali, ricostruire le economie dei Paesi distrutti dalla guerra, ed infine l’ultima esigenza avvertita, emersa già al termine della prima guerra mondiale, era quella di recuperare la propria leadership. Le peculiarità che distinguevano le suddette correnti politico-culturali si manifestavano nelle soluzioni propugnate per raggiungere tali scopi e nelle radici storico-culturali cui si rifacevano. La corrente confederalista riproponeva in Europa la lega degli stati-nazioni, mantenendo intatta in capo ad ognuno di essi la propria sovranità ed eventualmente, in alcuni casi, 1 E’ opinione diffusa ancora oggi che l’Europa risulta divisa tra due prospettive: quella di una più forte integrazione politica che assuma delle connotazioni di tipo federale e, di contro, quella di una disintegrazione del processo di perfezionamento comunitario verso forme di confederalismo o di ritorno alle sovranità nazionali. Queste visioni sono sempre state alle origini dei progressi e degli arresti del processo comunitario. 1

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Marittime e Navali

Autore: Pierpaolo Giuseppini Contatta »

Composta da 134 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.