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Lo sviluppo del bambino che vive con la madre detenuta

Informazioni tesi

  Autore: Assunta Tassone
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Messina
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Programmazione e gestione dei servizi educativi e formativi
  Relatore: Loredana Benedetto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 105

Come nel film “Ieri, oggi e domani”, dove la prorompente Sofia Loren, contrabbandiera di sigarette a Napoli, generava figli a ripetizione per evitare il carcere, oggi parallelamente succede ciò nella realtà. Peccato non sia un film. Fino a prima dell’indulto, nelle carceri italiane c’erano tra i 50 e i 100 bambini di età zero-tre anni, che vive con persone in divisa blu, che vive in un ambiente con le sbarre alle finestre. Pensiamo a un bambino che esce all’aperto per fare “l’ora d’aria”. Le ricerche psicologiche ci dicono che tra 0 e 3 anni si vivono i mille giorni più preziosi della vita, durante i quali si pongono le basi per la formazione della futura personalità. I bambini in carcere soggiacciono alle stesse regole degli adulti: poche ore all’aria aperta e poi chiusura nelle celle dalle otto della sera, fino alla mattina dopo.
In questa situazione l’immaginazione fatica a nascere e il mondo sembra una scatola a sbarre, piena di regole e di divieti, dove è meglio piangere piano, correre piano, strillare piano. I bambini crescono in luoghi dove le porte restano chiuse, le finestre hanno le sbarre, gli adulti portano la pistola e la divisa. Anna, una madre detenuta del carcere di Rebibbia, racconta: “Quando la sera chiudono le celle Ivan inizia a dare calci alla porta e corre sempre dietro agli educatori perché ha capito che loro possono uscire; e cento volte al giorno mi prende la mano e mi dice mamma aria. Per uno studio di questo tipo è necessario, pertanto, considerare sia il bambino, con i suoi bisogni, sia la madre, con la sua esperienza passata e il suo stile relazionale, sia l’ambiente all’interno del quale si crea il rapporto; ambienti diversi, infatti, possono offrire, o negare, tanto alla madre quanto al bambino, stimoli differenti, con conseguenti reazioni diversificate, tali da influenzare positivamente o negativamente lo sviluppo di entrambi e lo stesso legame madre-figlio. Questo lavoro, studia la condizione dei bambini vissuti nei primi anni di vita in carcere insieme alla madre, argomento che in Italia, a differenza di altri paesi europei, ha fino ad ora suscitato una attenzione molto scarsa nonostante la sua evidente rilevanza sociale (Biondi, 1994). L’obiettivo di questo lavoro è quello di togliere dall’oblio il problema dei bambini in carcere, evidenziando che la detenzione del minore insieme alla madre pone di per sé il minore in una situazione oggettiva di rischio evolutivo.

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4 Introduzione Come nel film “Ieri, oggi e domani”, dove la prorompente Sofia Loren, contrabbandiera di sigarette a Napoli, generava figli a ripetizione per evitare il carcere, oggi parallelamente succede ciò nella realtà. Peccato non sia un film. Fino a prima dell’indulto, nelle carceri italiane c’erano tra i 50 e i 100 bambini di età zero-tre anni, che vive con persone in divisa blu, che vive in un ambiente con le sbarre alle finestre. Pensiamo a un bambino che esce all’aperto per fare “l’ora d’aria”. Le ricerche psicologiche ci dicono che tra 0 e 3 anni si vivono i mille giorni più preziosi della vita, durante i quali si pongono le basi per la formazione della futura personalità. I bambini in carcere soggiacciono alle stesse regole degli adulti: poche ore all’aria aperta e poi chiusura nelle celle dalle otto della sera, fino alla mattina dopo. In questa situazione l’immaginazione fatica a nascere e il mondo sembra una scatola a sbarre, piena di regole e di divieti, dove è meglio piangere piano, correre piano, strillare piano. I bambini crescono in luoghi dove le porte restano chiuse, le finestre hanno le sbarre, gli adulti portano la pistola e la divisa. Anna, una madre detenuta del carcere di Rebibbia, racconta: “Quando la sera chiudono le celle Ivan inizia a dare calci alla porta e corre sempre dietro agli educatori perché ha capito che loro possono uscire; e cento volte al giorno mi prende la mano e mi dice mamma aria. Vuol dire andiamo fuori, vuol dire che non ce la fa più a correre tra la cella e i corridoi, ogni volta che ci sente litigare si nasconde e non parla più, la notte si sveglia e grida, ogni rumore lo fa tremare”. E ancora, in una lettera dal

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