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Il combustibile derivato dai rifiuti ed il suo utilizzo nell'industria del cemento

Informazioni tesi

  Autore: Matteo Graffi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Udine
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze economiche
  Relatore: Antonio Massarutto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 245

Fin dalla metà degli anni ’90, la normativa italiana, in linea con quella europea, prevede l’impiego di combustibili derivati dai rifiuti (CDR), nei forni da cemento, in parziale sostituzione dei combustibili fossili tradizionali. Questo perché i cementifici dovrebbero essere tra i soggetti più interessati ad attuare tale tipo di sostituzione calorica, proprio per le peculiarità intrinseche del processo produttivo del cemento. In realtà, dopo quasi 15 anni, le quantità di CDR impiegate nei forni da cemento sono estremamente limitate, e questo non riguarda solo i cementifici, ma più in generale tutte le possibili applicazioni dello stesso CDR. La scelta, attuata dal Decreto Ronchi e confermata dal successivo Testo Unico ambientale, di puntare su questo combustibile per avere una freccia ulteriore nell’arco delle possibili soluzioni di smaltimento alternative alla discarica, nel contesto del sistema di gestione integrata, non sembra abbia prodotto gli effetti desiderati. Analizzando i quantitativi prodotti e quelli impiegati nel corso degli anni, si è riscontrato inizialmente il verificarsi di un eccesso di offerta, dovuto all’espansione della produzione, conseguente alla diffusione delle linee per produrre CDR negli impianti di trattamento meccanico biologico, in assenza di una vera domanda, poiché gli impianti dedicati sono stati costruiti solo molti anni dopo. Questo ha comportato che il combustibile fosse smaltito prevalentemente in discarica, oppure incenerito in impianti per rifiuti tal quali, rendendo vano il trattamento effettuato. Dopodiché, anche nel momento in cui i quantitativi impiegati potevano essere maggiori, per la raggiunta adeguatezza impiantistica al potenziale di produzione, la scarsa qualità di questo combustibile ha determinato che il suo mercato non si sia mai sviluppato. Considerando il processo produttivo del cemento, queste considerazioni, non sono sufficienti a spiegare lo scarso impiego del CDR nei cementifici, pertanto, le possibili cause di tale fenomeno sono l’obiettivo che questo lavoro cerca di raggiungere.
Nel primo capitolo, l’analisi svolta, inizia con una panoramica della situazione dei rifiuti in Italia, in cui, col supporto dei dati, si evidenzia l’evolversi delle strategie adottate nel nostro Paese per cercare di risolvere tale problematica, la quale, come si è visto dagli avvenimenti più recenti, non ci vede primeggiare nel contesto europeo. Successivamente, nel secondo capitolo, si cerca di determinare quali possano essere i costi delle possibili soluzioni di smaltimento dei rifiuti indifferenziati per un ipotetico soggetto di raccolta, al fine di comprendere la convenienza economica delle soluzioni alternative alla produzione di CDR.
Dopo aver analizzato, nel terzo capitolo, l’evoluzione della normativa europea ed italiana disciplinante il combustibile derivato dai rifiuti, nel capitolo n. 4, e nel successivo capitolo n. 5, si descrivono i processi di produzione delle due tipologie di questo combustibile previste dalla normativa italiana, ovvero il CDR di qualità normale ed il CDR di qualità elevata. Lo studio continua, nel sesto capitolo, analizzando i possibili utilizzatori e le diverse applicazioni per questo materiale, mentre nel settimo capitolo si considera la legislazione vigente che disciplina l’utilizzo dei combustibili secondari presso i cementifici. A questo capitolo segue, nel capitolo n. 8, la descrizione del processo produttivo del cemento, in cui vengono considerate le caratteristiche che rendono desiderabile l’impiego del CDR presso questi impianti. Si arriva così al nono capitolo, dove si ricava l’esistenza di un margine di filiera, nell’ipotesi di impiego del CDR-Q in un cementificio.
Nel capitolo n. 10 si cerca di analizzare, per quanto possibile data la scarsità dei dati, lo sviluppo del mercato del CDR, mentre nell’ultimo capitolo, grazie alle interviste effettuate presso la Net S.p.A. di Udine ed il C.S.R Bassa Friulana di San Giorgio di Nogaro, come soggetti di raccolta, e presso la Buzzi Unicem di Travesio e la Cementizillo di Fanna, come cementifici, si analizzano le possibili cause che hanno determinato lo scarso ricorso all’utilizzo del CDR in co-combustione nei forni da cemento.



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Capitolo 1 L’evoluzione e la situazione attuale dei rifiuti in Italia 1.1 L’evoluzione della situazione dei rifiuti in Italia Per poter capire come si è evoluta la situazione dei rifiuti in Italia è necessario esaminare i diversi approcci che, nel corso del tempo, si sono susseguiti nel nostro Paese per affrontare la problematica dei rifiuti. Tali approcci sono stati elaborati in funzione dei problemi, inerenti la gestione dei rifiuti, che si sono manifestati in conseguenza del rapido sviluppo industriale verificatosi nel corso del XX secolo. In principio i rifiuti non costituivano un problema poiché i residui delle comunità rurali si caratterizzavano per essere prevalentemente organici e, pertanto, venivano impiegati come concime nel terreno. Con l’avvento dell’industrializzazione, compare per la prima volta la necessità di doversi occupare degli scarti derivanti da questi processi e a tal fine vengono istituiti i servizi di nettezza urbana, miranti a raccogliere ed allontanare i rifiuti dalle strade sia per ragioni di decoro urbano sia per ragioni igieniche e sanitarie. Le soluzioni applicate in questa prima fase sono figlie sia di una scarsa preoccupazione collettiva in merito alla pericolosità dei materiali da smaltire, sia delle quantità limitate di rifiuti di cui ci si doveva liberare e si caratterizzavano per il ricorso a discariche ubicate fuori dai centri abitati o per l’impiego delle numerose cave aperte dall’industria estrattiva per sostenere la crescita edilizia. Per queste ragioni lo smaltimento, offerto dal mercato, costava molto poco ed i costi principali del servizio di nettezza urbana derivavano essenzialmente dalla fase di raccolta. Dall’inizio degli anni ’60, in Italia si assiste ad un progressivo aumento delle quantità e del potenziale inquinante dei rifiuti da smaltire, in concomitanza con la progressiva riduzione degli spazi in cui collocare tali materiali. Comincia in questo periodo a diffondersi la consapevolezza dei gravi danni ambientali che lo smaltimento può comportare, danni che iniziano ad essere evidenti soprattutto nelle periferie dei grandi centri urbani, i quali, trovandosi in difficoltà, cercano di risolvere il problema ricorrendo a 8

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