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Piega nella memoria - Recupero ex-silos del grano a Trieste

Informazioni tesi

  Autore: Elena Barbiero
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università IUAV di Venezia
  Facoltà: Architettura
  Corso: Architettura e ingegneria edile
  Relatore: Giovanni Battista Fabbri
Coautore: Francini Elisa
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 158

Studio storico, analisi e progetto di recupero per due vecchi magazzini del grano (SILOS), datati 1850 circa a Trieste accanto alla stazione.

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“Ogni città, in una sua misura, vive dei propri ricordi. Le città mediterranee, probabilmente, più delle altre. In esse, il passato sempre fa concorrenza al presente. Il futuro si propone più a immagine del primo che del secondo. Su tutto il perimetro del “Mare Interno”, la rappresenta- zione della realtà si confonde facilmente con la realtà stessa. Il discorso sulla città mediterranea si sviluppa prevalentemente in termini di storia e di geo- grafia, di architettura o di urbanistica, senza in esse esaurirsi. Si nutre di evocazioni di diverso tipo o di reminiscenze, di approssimazioni. I modi “di approccio” e quelli “di raccontare” non pervengono a legarsi o ad unirsi. Riprendendo la maniera in cui Marco Polo avrebbe potuto descrivere al grande Kublai Khan le città incontrate nei suoi viaggi, Italo Calvino racconta “città invisibili”, e formula a questo proposito alcuni avvertimenti molto preziosi: “Non dobbiamo confondere la città stessa con il discorso che la descrive, per quanto esista un evidente rappor- to tra I’una e l’altro”. L’idea di un Mediterraneo costruito da molteplici rotte, marittime e terrestri, presuppone scali diversi: punti di partenza e di arrivo, approdi e porti, “una rete di città che si tengono per mano”, come dice lo storico Braudel. Sono lunghi che cambiano in continuazione, pur conser- vando i loro tratti più riconoscibili. Le trasformazioni fanno insorgere nostalgie. In tal senso, il discorso sulla città mediterranea si fa sentimentale. Ciò vale ugualmente per l’immaginario che l’accompagna. A Trieste sono arrivato più spesso per terra che dal mare. Venendo dalla parte del mare ve- devo un grande porto, uno solo, vecchio e nuovo insieme, con una fortezza e un campanile sovrastanti. Dalla parte di terra, la costa, la periferia e il Carso si collegano in un modo che mi sembrava inconsueto: la città è tutta marittima, il suo primo retroterra è già continentale. E’ stato il bisogno a determinare la posizione di Trieste: nel golfo che si stende sotto l’altopia- no ha cercato riparo alla bora. Dal lato nord-orientale soffiano i torti “venti schiavi”. Dante li chiamava così nel “Purgatorio” (XXX, 87). Ho girovagato per Trieste in ogni stagione, all’alba e al tramonto. Scendevo da Opicina verso il mare, dalle colline di San Giusto e di San Vito fino al Lungomare e al porto; camminavo per le viuzze della Cittavecchia, dal castello e dalla cattedrale verso il molo Audace, la Porporella, la Lanterna. Per la prima volta in un paese straniero, a Trieste ho cessato di sentirmi straniero. Questo non capita spesso in una città, e in una vita. Chi vive qui, annotò un cronista, non è soltanto Triestino; è qualcosa di più, è un altro. Forse gli possiamo credere. Nel porto vecchio le bitte sono ormai arrugginite, sembrano più vecchie dello stesso porto. Le funi con le quali venivano attraccate le navi sono marcite o seccate; le vedo qua e là sistemate in mucchio. Sul molo, fra le pietre del selciato che lo copre, spuntano ciuffi d’erba: i piedi dei passanti non riescono a calpestarli, nemmeno i carichi portuali a sradicarli. Il golfo è vasto, lungo le coste svettano molti pini che profumano, con la vegetazione del Sud che resiste alla bora. Il mare è qui il medesimo che bagna Pirano o Capodistria, Rovigno o Pola, Fiume e quasi tutto il Quarnero. “I mari di un mare” sono spesso lontani o diversi. Il golfo di Trieste non si è quasi mai presentato come un mare particolare; non ricordo di aver mai letto su qualche antica carta il nome di “Mare Tergestinum”. I triestini sapevano, come i veneziani, che un golfo può essere posseduto; mentre il mare non si lascia, non si può posse- dere.” Predrag Matvejevie Trieste, Tramonti 7 6

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