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''La neve che non c'è più'' . Aspetti storici e antropologici di un'antica pratica montana nella Sicilia sud orientale

Informazioni tesi

  Autore: Carmelo Brafa Musicoro
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Catania
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Alessandro Lutri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 79

Cercare di rintracciare la linea che ha portato nel corso della storia alla costruzione di una rete di depositi in cui veniva raccolta la neve per scopi di varia natura, significa seguire i passi di diverse civiltà sparse nel Mediterraneo che hanno beneficiato di una risorsa atipica all’interno del contesto geografico e culturale in cui è esistita. Tra il 1500 e il 1900, dalle Madonie ai Nebrodi, dai monti Peloritani all’Etna per passare infine all’Altopiano degli Iblei crebbe una realtà legata al lavoro della raccolta della neve, che ha dato forma a una serie di costumi e usanze.
La possibilità di implementare attività economiche collaterali fu di aiuto nelle zone montuose dell’isola dove la fame era all’ordine del giorno.
Leggendo la vasta indagine sui mestieri tradizionali in Sicilia curata da Antonino Buttitta alla fine degli anni ottanta , non può non colpire l’assenza di questo tipo di attività.
Per quanto conosciute e scarsamente valorizzate, le neviere siciliane rappresentano una traccia indelebile del territorio regionale. Abbandonate, alcune semi-distrutte, altre riadattate per diversi scopi, i nevai ancora esistenti nell’area iblea presentano una forma semplice e la loro struttura cristallina ne fa uno dei capolavori dell’architettura minore siciliana.
Ciò dimostra l’importanza che ha avuto il fenomeno dell’espansione dell’industria legata al commercio della neve. Le popolazioni che ebbero a che fare con il suo utilizzo acquisirono una maggiore consapevolezza della possibilità di investire parte del loro capitale umano e finanziario per la crescita dell’attività di raccolta.
Sino al secolo scorso si commerciava la neve da Trapani a Tunisi su navi a vela e le neviere che rifornivano Palermo erano due sole: una sui monti dietro Monreale ed una, della “Busambra”, presso Corleone . Dall’altipiano degli Iblei, invece, la neve veniva inviata alle città sulla costa ionica e mediterranea, fino a raggiungere l’isola di Malta. A Buccheri, in provincia di Siracusa, erano all’incirca venticinque le neviere in attività agli inizi del secolo XX; peraltro nelle immediate vicinanze del paese troviamo altre costruzioni adibite alla conservazione della neve: a Palazzolo Acreide, Buscemi, Sortino e Vizzini.
In provincia di Ragusa spiccano le neviere a spiovente di Chiaramonte Gulfi, i resti delle neviere “S. Caterina” e “S. Bartolomeo” a Giarratana, le presenze negli atti del decurionato di Monterosso Almo della vendita in piazza di alcuni carichi di neve, i depositi del ghiaccio a Ragusa Ibla. A differenza dell’attività di raccolta della neve che si è avuta nelle altre zone montuose della Sicilia, quella di Buccheri e in misura minore quella di Chiaramonte Gulfi, presenta un’organizzazione del processo lavorativo ben pianificata e protratta nel tempo.
Menzionare dunque la parola neviera dimenticandosi della Sicilia, significa negare dignità all’arte artigianale della grande pasticceria siciliana, prodotta dalle classi più povere a servizio dei ceti più abbienti dell’isola.
Obiettivo di questo lavoro è offrire un valido spunto al prosieguo dell’attività di ricerca sino ad ora compiuta da alcuni studiosi locali in maniera frammentaria, dando una nuova e più sistematica interpretazione antropologica alle fonti utilizzate per la ricostruzione storiografica dell’attività dei nevaioli siciliani.
Nel primo capitolo si guarda a quest’attività in una scala più ampia, quella del Mediterraneo, descrivendo la raccolta, la produzione e la conseguente costituzione delle Società per la vendita della neve. Il secondo capitolo prende invece in considerazione sia le diverse tipologie costruttive con cui sono state edificate le neviere siciliane che i materiali da costruzione impiegati. Il terzo capitolo si focalizza sui diversi tipi di consumo del prodotto ricavato dalla lavorazione della neve. Per finire, l’ultimo dei capitoli, offre una panoramica sulle forme di trasporto e di commercializzazione della neve, compiuti da abili mulattieri e carrettieri dopo, lungo le trazzere che portavano alla marina dove sorgeranno le prime botteghe del ghiaccio.

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1 Abstract It is said that the Arabs were the first to use holes dug out in mountains to conserve snow which was then used to prepare fragrant sorbets, which helped placate the thirst of the torrid summer days. This activity, which disappeared with the advent of electricity, gas and refrigerators, contributed to augment the income of the country people during the lean times. In some zones authentic snow factories were set up by the snow workers, who spent many summer days at the site where they cut the ice into blocks; and then, in sacks of jute, took it into the towns on the backs of mules. On the Iblean highlands, in eastern Sicily, until the middle of the 20th century, the farmers spent the coldest months working in the snow-houses (neviere), many of which were the property of the Alliata family. The snow was collected in grottoes or in authentic ‘ice houses’, built specially, as was the case in the small mountain centres of Buccheri and Chiaramonte Gulfi; it was then pressed, and covered with a straw bed on which more snow was pressed, and so on up to the edge. The bails of snow, covered by insulating straw, were loaded onto mules and transported into town by night. The routes of the snow merchants were dotted with little niches dedicated to the Madonna of the Snow. The intrinsic interest of this topic led me to seek information in the archives of Modica, Ragusa, and in the libraries of Buccheri, Chiaramonte Gulfi, Pozzallo, Ispica and Catania, where I found rich documentation that enabled me to piece together the story of the commerce in ice from the 16th to the 21st centuries. Other historical references were kindly provided by professor Luigi Lombardo of Palazzolo, whose acquaintance I first made through his publications. In recent years mountain climbers, holiday-makers, geographers and local historians have been identifying, describing and cataloguing these wells for snow collection, which are spread out over the whole of the Mediterranean, but also in all regions where suitable conditions are found. The snow consumption of the Iblean region has been considered by numerous medical tracts that have examined the therapeutic and dietary uses of snow: during the 17th and 18th centuries at least twenty of these tracts were published in Italy, Spain and France, some of which were drawn up by such notable doctors as Nicholas Monardes of Seville.

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