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Ricerca di diritto criminale romano: Crimen maiestatis

Informazioni tesi

  Autore: Roberta Zicari
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi della Calabria
  Facoltà: Economia
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Antonella Di Mauro Todini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 219

La caratteristica che subito colpisce chi si avvicina allo studio di questo crimen è l’esemplarità nella comminazione e nell’esecuzione della pena, che non prevedeva eccezioni nemmeno per gli appartenenti alle classi più elevate, i quali anzi rappresentavano i soggetti maggiormente perseguiti in tali processi.
Naturalmente, per evitare che si mettessero in moto i meccanismi di protezione che in ogni epoca sono stati il più evidente privilegio dei potenti, il processo si svolgeva in modo atipico rispetto al processo ordinario previsto per tutte le altre tipologie di reati, e le pene in cui incorrevano i condannati erano rese più severe da una serie di penalità accessorie, come il divieto di sepoltura e di far rispettare il testamento del condannato. La natura politica che caratterizzava il crimen maiestatis, era dunque molto più rilevante rispetto alla sua natura penale, come dimostra anche il fatto che si ricorreva a tale accusa per eliminare un avversario politico, o quando lo Stato, nella persona dell’Imperatore, aveva bisogno di liquidità, dato che i beni del condannato divenivano di proprietà del Fiscus. Un’altra caratteristica peculiare del reato di lesa maestà è che non si può dare una definizione precisa ed univoca di quali fossero i comportamenti da evitare per non incorrervi; nel tempo, infatti, la casistica ad esso relativa si estese in modo esponenziale, tanto da comprendere comportamenti molto diversi tra loro, come l’alto tradimento (l’antica perduellio) e il reato di magia. Il crimen maiestatis costituisce dunque una realtà giuridica peculiare, che meglio di ogni altro reato ci consente di conoscere il popolo Romano e di capire quali furono le ragioni della sua grandezza.

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4 Premessa Il presente studio mira a fornire un quadro il più possibile esaustivo circa le caratteristiche strutturali e i risvolti politici del crimen maiestatis; mira inoltre a rivalutare, senza eccessive pretese data la mia inesperienza, il diritto penale romano, poco conosciuto e sottovalutato rispetto al più celebre diritto privato. Il diritto penale romano, infatti, ha subito nei secoli una immotivata discriminazione, che ben può essere riassunta dalle parole del romanista Francesco Carrara, il quale sosteneva che i Romani, giganti nel versante privatistico, non potevano che considerarsi pigmei in quello penalistico. La disciplina del crimen maiestatis dimostra invece, con maggior efficacia nel periodo repubblicano e in quello del primo Principato, una profonda riflessione legislativa che ha fatto scuola fino al XIX secolo ed è stata superata solo con l’avvento dell’età contemporanea e dei suoi nuovi codici. La caratteristica che subito colpisce chi si avvicina allo studio di questo crimen è l’esemplarità nella comminazione e nell’esecuzione della pena, che non prevedeva eccezioni nemmeno per gli appartenenti alle classi più elevate, i quali anzi rappresentavano i soggetti maggiormente perseguiti in tali processi. Naturalmente, per evitare che si mettessero in moto i meccanismi di protezione che in ogni epoca sono stati il più evidente privilegio dei potenti, il processo si svolgeva in modo atipico rispetto al processo ordinario previsto per tutte le altre tipologie di reati, e le pene in cui incorrevano i condannati erano rese più severe da una serie di penalità accessorie, come il divieto di sepoltura e di far rispettare il testamento del condannato.

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Parole chiave

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