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Ragioni e motivazioni del suicidio carcerario

Informazioni tesi

  Autore: Stefania Santacroce
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Scienze giuridiche
  Relatore: Danilo Zolo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 73

Mi è sembrato opportuno tracciare un breve excursus storico sulla funzione che la pena ha svolto nel tempo, approfondendo in maniera particolare quella che oggi vieni definita “funzione rieducativa della pena”. Tale funzione è sancita dalla nostra Costituzione all’articolo 27 ed anche dall’ ONU, dal Consiglio d’Europa e da molte organizzazioni non governative.
‘Rieducazione’, ‘reinserimento’, sono divenute le parole d’ordine del nostro ordinamento e da più parti si sollevano voci perché queste espressioni così nobili possano trovare effettivamente una concreta realizzazione. E’ proprio questo il nodo cruciale della questione: vi è contraddizione forte tra i principi sanciti e la realtà delle carceri, che sono luoghi di contenimento e non di reinserimento.
Abbiamo una Costituzione altamente democratica ma ancora lontana da una effettiva e concreta attuazione. Le carceri in Italia sono piene, i detenuti sono circa sessantamila, gli extracomunitari superano i diecimila e i tossicodipendenti sono un quarto dei reclusi. Dando uno sguardo a quella che è oggi la situazione generale delle carceri, al loro degrado strutturale, al sovraffollamento, alla carenza di personale specializzato ci si può rendere conto che la struttura carceraria non educa e non allevia i disagi dei reclusi. Il carcere così strutturato è solo ‘criminogeno’, non serve a redimere le persone. I diritti sono tali perché esigibili: ciò richiede da parte dello Stato una attivazione particolare verso i detenuti, dovrebbe trattarsi di un intervento urgente di assoluta priorità.
L’articolo 27 della Costituzione laddove prescrive il carattere delle pene come tendenti alla rieducazione del condannato, impone allo Stato di garantire azioni positive per il reinserimento sociale a vantaggio del singolo e della società.
Basandomi sulle statistiche fornite dall’Unione Europea, dal Ministero della Giustizia e da varie associazioni di volontariato ho messo in risalto gli aspetti quotidiani del ‘vivere’ in stato di detenzione (condizioni igenico-sanitarie, lavoro, strutture). Il carcere è sostanzialmente un contenitore di drammi sociali irrisolti. Lo Stato attraverso il carcere non fa altro che ‘archiviare’, accentuare, il problema criminalità: i casi di recidività, infatti, sono all’ordine del giorno. Il carcere è un mondo fuori dal mondo in cui le regole di vita, i valori dominanti, sono del tutto opposti a quelli della società ‘libera’. E’ un mondo caratterizzato da violenze, prevaricazioni, soprusi. Se a ciò si aggiunge la questione ‘ sovraffollamento ’ si capisce come a risentirne sia l’intera funzione ‘ rieducativa’ che l’istituzione ‘carcere’ dovrebbe perseguire.
Da tempo ha assunto un peso rilevante il fenomeno del suicidio carcerario. Il suicidio è un tema di per se complesso, tanto più se esso si mette in atto nell’ambiente dei reclusi. Infatti in questo caso, a mio avviso, ad incidere in modo significativo su una scelta così ‘forte’ oltre ai fattori psicologici personali incidono i cosiddetti fattori ‘endogeni’. Con tale termine intendo le strutture restrittive, la mancanza di spazi vitali, la costrizione fisica e mentale, cui il carcerato è soggetto. Non tutti i soggetti reagiscono allo stesso modo agli stessi stimoli. Per questo ho tenuto in debito conto gli aspetti psicologici del problema e mi sono voluta soffermare sul crescente aumento delle morti per suicidio nelle carceri italiane negli ultimi anni. Tale aumento va di pari passo con la crescita della popolazione carceraria (sovraffollamento) e con i disagi che essa comporta. L’incremento del numero dei detenuti accentua la carenza del personale carcerario e la carenza di spazi.

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4 INTRODUZIONE Mi è sembrato opportuno tracciare un breve excursus storico sulla funzione che la pena ha svolto nel tempo, approfondendo in maniera particolare quella che oggi vieni definita “funzione rieducativa della pena”. Tale funzione è sancita dalla nostra Costituzione all’articolo 27 ed anche dall’ ONU, dal Consiglio d’Europa e da molte organizzazioni non governative. ‘Rieducazione’, ‘reinserimento’, sono divenute le parole d’ordine del nostro ordinamento e da più parti si sollevano voci perché queste espressioni così nobili possano trovare effettivamente una concreta realizzazione. E’ proprio questo il nodo cruciale della questione: vi è contraddizione forte tra i principi sanciti e la realtà delle carceri, che sono luoghi di contenimento e non di reinserimento. Abbiamo una Costituzione altamente democratica ma ancora lontana da una effettiva e concreta attuazione. Le carceri in Italia sono piene, i detenuti sono circa sessantamila, gli extracomunitari superano i diecimila e i tossicodipendenti sono un quarto dei reclusi. Dando uno sguardo a quella che è oggi la situazione generale delle carceri, al loro degrado strutturale, al sovraffollamento, alla carenza di personale specializzato ci si può rendere conto che la struttura carceraria non educa e non allevia i disagi dei reclusi. Il carcere così strutturato è solo ‘criminogeno’, non serve a redimere le persone. I diritti sono tali perché esigibili: ciò richiede da parte dello Stato una attivazione particolare verso i detenuti, dovrebbe trattarsi di un intervento urgente di assoluta priorità. L’articolo 27 della Costituzione laddove prescrive il carattere delle pene come tendenti alla rieducazione del condannato, impone allo Stato di garantire azioni positive

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