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La repressione del dissenso politico. Un caso di studio tra gli istituti giuridici del regime fascista.

Il fascismo considerò il problema della repressione del dissenso un obiettivo importante, vista la natura autoritaria del regime, da arginare con ogni possibile strumento.
La repressione, o anche la minaccia costante di metterla in atto, istituzionalizzata nella legislazione come nella prassi amministrativa e poliziesca, diventò sistema di governo o addirittura strumento per ottenere il consenso.
Il confino di polizia, rappresentava l’istituto giuridico in grado di svolgere finalità preventive e repressive nello stesso tempo. Il provvedimento, che comportava la limitazione alla libertà personale caratterizzata dall’obbligo di risiedere in località lontane dalla propria residenza, non era indirizzato a colpire il comportamento concreto dell’accusato ma la sua potenziale pericolosità.
Era uno strumento di repressione politica che il regime adottava nei confronti dei sospetti oppositori e personaggi di cattiva reputazione potenzialmente pericolosa per l’ordine pubblico o per lo Stato fascista.
Se in una prima fase il programma del fascismo prevedeva di smobilitare i ceti popolari considerati ostili al regime e di scoraggiare in generale la partecipazione, dalla metà degli anni trenta si notò un cambiamento di strategia, con il tentativo di coinvolgere le masse nelle organizzazioni del regime per realizzarne gli obiettivi politici, cercando di conseguenza di penetrare le istituzioni per metterle al servizio di questo disegno.
Alla luce di tutto ciò diventa doverosa un’analisi sulla rappresentazione della dicotomia consenso/dissenso: in considerazione della presenza di uno stato di polizia che reprimeva molto efficacemente l’opposizione attiva e controllava vaste aree del consueto operare civile, è possibile individuare una reazione al fascismo?
Ripercorrere i momenti più indicativi del fascismo, dalla trasformazione dello stato liberare fino all’evoluzione totalitaria è dunque premessa indispensabile per valutare la situazione politica degli anni del ventennio fascista.
Lo strumento migliore per ricostruire il mosaico dell’opposizione fascista, spesso conosciuta attraverso fonti difformi e sovrapposte, è rappresentato dall’accesso a documentazione d’archivio, in grado di ripercorrere momenti e contesti scevri di considerazioni soggettive.
Questo percorso non deve però rifuggiarsi in uno sterile localismo che rischia di rendere i risultati fuorvianti e occorre pertanto tenere presente il contesto più ampio della storia.

Utile a tal proposito è stato ripercorrere i precedenti storici del dissenso politico e dei vari istituti giuridici utilizzati allo scopo che si sono avvicendati nel corso del tempo e che hanno caratterizzato in maniera diversa i “ governi forti” rispetto alle democrazie.
La ricostruzione del ventennio fascista nelle sue dinamiche relative al controllo del dissenso politico che nell’immediato dopoguerra, in ragione di un’esigenza di pacificazione del Paese, indebolì la spinta al sanzionamento dei comportamenti e delle responsabilità del regime, può essere effettuata con altrettanto vivo interesse proprio grazie al maggior distacco temporale rispetto al verificarsi degli eventi.
Ciò nella convinzione di non dover sprofondare in un’amnesia collettiva che ci privi della consapevolezza dell’utilità di esaminare il passato e utilizzarlo per meglio controllare il presente e recuperare una storiografia più attenta ai rapporti di base che di vertice.

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 4 “Il tempo nasconde ciò che una voce non narra o una mano non scrive.” (G. Alberico , Il gioco della sorte.)   INTRODUZIONE Ripercorre la genesi e lo sviluppo della repressione del dissenso è l’obiettivo di questa ricerca che individua , fin dall’antichità, i provvedimenti utilizzati dai governi “forti” per rendere inoffensivi i cittadini “ nemici dell’ordine pubblico”. Non furono i fascisti i primi in Italia a servirsi di strumenti discrezionali dell’esecutivo, estranei cioè al potere giudiziario, per liberarsi di avversari scomodi non perseguibili in base a leggi già in vigore. Il fascismo non fece che recuperare una procedura già usata nella storia remota e recente dell’ Italia e di altri Paesi, per applicarla su scala più vasta e con particolare durezza. E’ possibile affermare che, nella stragrande maggioranza dei casi, i provvedimenti di bando, relegazione, domicilio coatto e confino sono sempre stati adottati contro persone che, pur non avendo commesso veri e propri reati, ne erano comunque “sospettate”, in quanto colpevoli di pensarla diversamente dalla classe, dal partito o dal gruppo al potere nel determinato momento storico. Di qui le frequenti prese di posizione di giuristi, pensatori e uomini di cultura che, dai tempi dell’Illuminismo, sempre bollarono queste forme di persecuzione politica opponendosi vigorosamente alla loro applicazione. Tali preoccupazioni trovano quindi espressione in tutte le costituzioni,

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: storia

Autore: Daniela Spadaro Contatta »

Composta da 137 pagine.

 

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