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Roland Barthes e Jean Baudrillard: riflessione sul linguaggio e riflessione sulla società

A partire da Mallarmé, alla fine dell’ottocento, la letteratura inizia a concentrarsi sul proprio linguaggio, dichiara la propria autonomia nei confronti del mondo. L’estraneità che rivendica costituisce una svolta rispetto all’imperativo realista di fedele rappresentazione della realtà. Sul versante materialista, l’estetica lukacsiana dell’arte come rispecchiamento del reale non cesserà, nei primi decenni del secolo successivo, di ricondurre le pretese degli scrittori all’ideologia di classe da cui sono permeate, teorizzando specifiche responsabilità della letteratura di fronte alla nascente società socialista.
Fra queste due posizioni per certi versi estreme, si articola tutta una serie di esperienze per ciascuna delle quali si potrebbe individuare un certo indice di rifrazione fra riflessione sul linguaggio e riflessione sul mondo. Nietzsche si situa decisamente dalla parte di Mallarmé, poiché non si stanca di scuotere il linguaggio per costringerlo a confessare i suoi limiti nella possibilità di pensare la verità delle cose; altri, fra cui Adorno, Walter Benjamin, Sartre, assumono posizioni che varrebbe certo la pena precisare. La nozione di industria culturale, l’esortazione alla politicizzazione dell’arte, l’etica dell’engagement dell’intellettuale, trovano sicuramente una collocazione specifica all’interno dell’ambito che sto cercando di delineare.
E’ stata tuttavia necessaria l’edificazione di una teoria originale dei segni affinché questo rapporto potesse essere pensato in termini del tutto nuovi, affinché divenisse possibile una critica che fosse al contempo critica del linguaggio e critica della società: questa teoria è nota come linguistica strutturale ed è opera di Ferdinand de Saussure. Grazie ad essa, si è potuta concepire l’idea che ogni posizione critica sul linguaggio sia anche una asserzione sul mondo, e che ogni critica della società debba fondarsi su un’analisi del linguaggio. Potrebbe sembrare che abbia permesso soltanto una trattazione scientifica dei fatti linguistici, attraverso la circoscrizione di un oggetto e la messa a punto di un metodo, ma non dobbiamo perdere di vista le indicazioni dello stesso Saussure sulle prospettive di una scienza generale dei segni, o semiologia: bisogna riconoscere nella linguistica saussuriana i presupposti di una insolita vicinanza fra discorso e realtà, prossimità in cui ciò di cui si parla e come si parla sono messi contemporaneamente in questione. Ci troveremo allora di fronte a teorie della società e a metalinguaggi critici difficilmente distinguibili dalla scrittura cosiddetta letteraria, in una situazione in cui i tradizionali confini fra i generi del discorso vengono posti fortemente in discussione.
La confusione è solo apparente: in realtà ci stiamo imbattendo in prese di posizione nel mondo, piuttosto che sul mondo, in testi la cui esistenza vuole già definirsi come prassi eventualmente politica. Nel momento in cui la scienza che studia i modi di produzione del senso ha incontrato la riflessione letteraria sul linguaggio, è divenuto possibile parlare delle parole e delle cose nella coerenza di uno stesso discorso.
La letteratura già molto tempo prima di Saussure aveva cominciato ad interrogarsi riflessivamente sul luogo delle proprie enunciazioni; alcune teorie critiche sono al contrario rimaste ancorate a un concetto ingenuo di ‘reale’ molto tempo dopo Saussure: Roland Barthes e Jean Baudrillard (ma forse, prima di loro, Maurice Blanchot) hanno invece fatto della riflessione sul linguaggio un’arma per la critica radicale della società. Si potrebbe dire, usando il verbo in forma transitiva, che essi hanno riflettuto il linguaggio, sul mondo.

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3 INTRODUZIONE A partire da Mallarmé, alla fine dell’ottocento, la letteratura inizia a concentrarsi sul proprio linguaggio, dichiara la propria autonomia nei confronti del mondo. L’estraneità che rivendica costituisce una svolta rispetto all’imperativo realista di fedele rappresentazione della realtà. Sul versante materialista, l’estetica lukacsiana dell’arte come rispecchiamento del reale non cesserà, nei primi decenni del secolo successivo, di ricondurre le pretese degli scrittori all’ideologia di classe da cui sono permeate, teorizzando specifiche responsabilità della letteratura di fronte alla nascente società socialista. Fra queste due posizioni per certi versi estreme, si articola tutta una serie di esperienze per ciascuna delle quali si potrebbe individuare un certo indice di rifrazione fra riflessione sul linguaggio e riflessione sul mondo. Nietzsche si situa decisamente dalla parte di Mallarmé, poiché non si stanca di scuotere il linguaggio per costringerlo a confessare i suoi limiti nella possibilità di pensare la verità delle cose; altri, fra cui Adorno, Walter Benjamin, Sartre, assumono posizioni che varrebbe certo la pena precisare. La nozione di industria culturale, l’esortazione alla politicizzazione dell’arte, l’etica dell’engagement dell’intellettuale, trovano sicuramente una collocazione specifica all’interno dell’ambito che sto cercando di delineare. E’ stata tuttavia necessaria l’edificazione di una teoria originale dei segni affinché questo rapporto potesse essere pensato in termini del tutto nuovi, affinché divenisse possibile una critica che fosse al contempo critica del linguaggio e critica della società: questa teoria è nota come linguistica strutturale ed è opera di Ferdinand de Saussure. Grazie ad essa, si è potuta concepire l’idea che ogni posizione critica sul linguaggio sia anche una asserzione sul mondo, e che ogni critica della società debba fondarsi su un’analisi del linguaggio. Potrebbe sembrare che abbia permesso soltanto una trattazione scientifica dei fatti

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Luca Chiaverini Contatta »

Composta da 137 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.