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Guerra e transizione politica nella Repubblica Democratica del Congo (1996-2007)

Informazioni tesi

  Autore: Emanuela Pugliese
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Diplomatiche
  Relatore: Maria Cristina Ercolessi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 219

La realtà della RD del Congo è talmente multiforme che è difficile individuare processi omogenei di pacificazione e di democratizzazione, meccanismi validi per l’intero paese. Non esistono testi davvero esaustivi sul “gigante” dei Grandi Laghi, ma una miriade di scritti che trattano da diversi punti di vista la storia convulsa di questo Paese, dominato, fin dall’accesso all’indipendenza, da instabilità, conflitto e crisi politica. Fattori e agenti che interagiscono fanno del Paese il “ventre molle dell’Africa”. Nel testo tratterò il processo di evoluzione, dall’indipendenza alla dittatura. Sono gli anni della liberazione dal dominio coloniale belga, gli anni di Patrice Lumumba, il leader indipendentista assassinato il 17 gennaio 1961 dal suo nemico Tshombe con la collaborazione dei belgi e della CIA. L’assassinio di Lumumba marca la radicalizzazione della lotta per il controllo del potere che durerà quattro anni, fino al colpo di stato, nel 1965, che porrà il Paese nelle mani del “dinosauro” Mobutu. Tenuto in vita dal meccanismo di corruzione delle élite, il regime perdura fino alla fine della Guerra Fredda. Ho cercato di individuare le origini dei conflitti nella regione dei Grandi Laghi fino al collasso del regime di Mobutu; il genocidio e l’afflusso di rifugiati rwandesi nel Kivu e il conflitto interetnico che dal 1996 ha lacerato il paese. I rifugiati divengono presto delle pedine nelle mani dei miliziani hutu che vogliono riconquistare il potere e del governo rwandese che teme il ritorno dell’“hutu power”. In tutta questa situazione, Mobutu attua una manipolazione delle relazioni difficili plasmando e rompendo le alleanze a suo piacimento. Oltre alla questione etnica, ad infuocare le rivalità vi è la questione della nazionalità e quindi della cittadinanza fondamentale per avere accesso al potere, alla terra, alle risorse. Nel 1996, Rwanda e Uganda decidono di mettere fine alle minacce dell’hutu power che lancia attacchi dal confine congolese e lo fanno sostenendo Laurent Désiré Kabila. Il conflitto che scoppia nel 1996 nello Zaire ha le sue radici nel genocidio che si consuma in Rwanda nel 1994. Quello di Mobutu ormai è un regime in declino, non gode più del sostegno dell’America e si ritrova immerso in una crisi regionale. La guerra congolese si scompone: una spartizione del territorio avviene ad opera dei diversi gruppi ribelli. Nel maggio del 1997, Kabila diviene il Presidente e il paese riprende il nome Congo (Repubblica Democratica). Sostenuti dall’Uganda e dal Rwanda, i ribelli dell’Alliance des Forces démocratiques pour la libération du Congo (AFDL), marciano sul paese a partire dal Kivu in quella che diventerà una guerra di liberazione contro il regime mobutista. Un secondo conflitto scoppia un anno più tardi tra Kabila e i suoi ex alleati. È questa la “prima guerra mondiale africana” che coinvolge sette paesi. Durante il 1998, tuttavia, l’alleanza rwando-ugandese si lacera e i due Paesi si scontrano per il controllo di Kisangani. Il Rassemblement Congolais pour la Démocratie (RCD), movimento politico pro-rwandese, si scinde in fazioni alleate al Rwanda e all’Uganda. L’Uganda crea anche un proprio movimento ribelle, il Mouvement de libération du Congo (MLC) diretto da Jean Pierre Bemba. Parlerò dell’avvio del processo di pace, degli Accordi di Lusaka (1999) e della Missione delle Nazioni Unite nella RD del Congo (MONUC). Nel 2001, L. D. Kabila, viene assassinato e gli succede suo figlio, Joseph Kabila. L’evento suscita la reazione positiva di tutta la comunità internazionale soddisfatta dell'uscita di scena di un uomo che era ormai diventato un ostacolo non solo all'applicazione degli Accordi di Lusaka ma anche alla normalizzazione dell'area. Inizia finalmente il processo di pace con l’apertura del Dialogo Inter-Congolese (DIC) che si conclude con la firma di un accordo a Pretoria tra il governo e i gruppi ribelli. Cercherò di illustrare il ruolo della comunità internazionale durante il processo elettorale e il panorama politico durante le prime elezioni democratiche del 2006. Il pilastro dell’architettura politico-giuridica durante la Transizione è costituito dall’Accord global et Inclusif la cui traduzione formale è la Costituzione. Sul piano della sicurezza la comunità internazionale agisce principalmente attraverso la MONUC. Anche l’Unione Europea assiste il processo di pace sin dall’inizio lanciando quattro missioni: due operazioni militari (ARTEMIS e EUFOR RD Congo) e due missioni civili (EUPOL-Kinshasa e EUSEC RDC). Joseph Kabila viene eletto Presidente durante il ballottaggio alle elezioni presidenziali del 29 ottobre. Le elezioni però non portano stabilità: gli scontri si amplificano alla chiusura delle urne tra le forze fedeli al candidato sconfitto e quelle del vincitore e rimane irrisolta la questione nel Congo orientale.

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6 Introduzione All’inizio degli anni Novanta, con il declino del vecchio ordine e il cambiamento dello scenario internazionale, gli stati africani sono stati colpiti da una profonda crisi di efficacia e di legittimità che ha dato vita a movimenti di riforma e liberalizzazione politica. Si innesca così un processo di mutamento che vede la quasi totalità degli stati subsahariani passare da regimi dominati dall’esercito o dal partito unico a regimi apparentemente democratici. Le elezioni si sono poste al centro del processo di transizione democratica che ha preso avvio proprio in questo panorama. Nel corso di questo processo di mutamento, la maggioranza dei Paesi africani ha adottato elezioni solo formalmente democratiche. Ci si interroga sulla profondità dei mutamenti democratici intervenuti in questo periodo, che spesso non sono stati altro che superficiali interventi effettuati con lo scopo di ottenere un riconoscimento sia a livello nazionale che internazionale. Nel loro complesso le riforme politiche africane hanno coinciso con un pluralismo partitico in molti casi ambiguo che si esplica spesso nella frequenza di partiti dominanti. Infatti, il predominio nel tempo di uno stesso partito può celare due tipologie di situazioni. Innanzitutto, il partito di governo può restare tale perché nonostante organizzi elezioni, ne potrebbe controllare l’esito (anche ponendo un veto su un’eventuale vittoria delle opposizioni). In secondo luogo, può verificarsi che le opposizioni davvero non abbiano la capacità di rovesciare il partito dominante, e ciò può verificarsi, ad esempio, anche a causa di una carenza dei mezzi per accedere al pubblico attraverso una campagna elettorale. Il concetto di democrazia, in molti casi africani, si è ridotto al suo significato etimologico per esplicarsi nella votazione pubblica e rimanere una democrazia meramente procedurale. Essa ha esigenze che vanno ben oltre a quelle dell’urna elettorale. Il concetto di democrazia va visto in modo dinamico, come una necessità per la forma di governo di adattarsi agli

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