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Il portoghese nell'espressione dell'identità nazionale angolana. Angola Angole Angolema di Arlindo Barbeitos

Informazioni tesi

  Autore: Maria Sannino
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e letterature straniere
  Relatore: Livia Apa
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 47

In seguito all'indipendenza dell'Angola ottenuta l'11 novembre 1975 rispetto al Portogallo, si pone nel paese africano la necessità di ricostruire la nazione e renderla libera di autodeterminarsi politicamente e culturalmente. Il problema fondamentale è la devastazione completa del paese che non è solo devastazione fisica e materiale. Ai cinquecento anni di colonizzazione è seguita una sanguinosa guerra anticoloniale sfociata poi nella guerra civile durata quarant'anni e che ha martorizzato il paese da parte a parte. Alla fine di questi eventi (febbraio 2002) l'interrogativo principale è come ritrovare e ricostruire l'Angola. C'è bisogno innanzitutto di raccontare: dire diventa un bisogno quasi fisiologico degli scrittori. Ma dire in quale lingua? L'eredità linguistica lasciata dai colonizzatori è senz'altro il Portoghese che però nella sua affermazione all'interno del paese è stato man mano domato e africanizzato dalle numerose lingue nazionali. Dire l'Angola e le sue realtà è un processo delicato che deve necessariamente passare attraverso il compromesso linguistico; compromesso tra il portoghese e le lingue angolane, compromesso tra oralità e scrittura. Sovvertire il canone a lungo imposto è difficile, giacchè sradicare e negare tutto ciò che la presenza della ex madrepatria ha lasciato equivarrebbe a negare una parte delle storie individuali e della storia collettiva. Il compromesso, appunto, sembra essere l'unica alternativa per affermare la nuova identità dell'Angola. esempio eclatante di questo processo è la poesia di Arlindo Barbeitos.

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Il portoghese nell’espressione dell’identità nazionale angolana. Angola Angolê Angolema di Arlindo Barbeitos Febbraio 2002. Siamo alla fine della guerra civile in Angola. Il paese è martirizzato da quaranta anni di lotta armata e cinquecento anni di colonizzazione portoghese. Un paese senza più geografia, strappato alla sua memoria, incapace di pensare alla possibilità di un futuro e, allo stesso tempo, di raccontare il suo passato. Silenzio. Silenzio interminabile, silenzio assordante. Muta ed immobile. Così sta l’Angola, incredula davanti a tanto orrore, un grido chiuso in gola che non riesce ad uscire e ad urlare suo il dolore. Così, a cercare se stessa in un ultimo spasmo di vita, per non soccombere, per non arrendersi. Identità negata. Come ricominciare? Alla fine della guerra, l’Angola deve affrontare una nuova sfida, quella della rinascita di un popolo, di una speranza, la sfida del rinnovamento. E gli interrogativi sono tanti: cosa è rimasto di noi, del popolo che eravamo, della nostra cultura? Chi siamo noi, adesso, con un passato da schiavi e la norma del nostro stesso carnefice come unico punto di riferimento, unico punto da cui partire e da cui cominciare a ricostruire? Domande legittime, frutto della guerra e della privazione dell’identità che hanno allontanato l’uomo da se stesso mettendolo a tacere. Questo silenzio, ora, deve essere colmato. Come? In quale lingua ricostruire la nazione? Se è vero che con l’indipendenza, nel 1975, il portoghese è stato scelto come lingua nazionale, è pur vero che è difficile esprimere la realtà angolana attraverso la lingua dell’colonizzatore che ha una storia diversa, un sentimento diverso e che non sempre ha le parole per dire l’Angola e la sua vita. E’ qui che il ruolo della parola diventa centrale: la letteratura si propone come strumento di ricognizione e racconto, e gli angolani usano il portoghese, ma lo fanno proprio; lo rielaborano, lo africanizzano. Stavolta, per la prima volta, il paese Africano viene detto dal suo popolo lo sguardo angolano interviene sul mondo. Il compromesso linguistico che da qui nasce è evidente in Angola Angolê Angolema, raccolta di poesie pubblicata nel 1976 e scritta da Arlindo Barbeitos (Catete, 1940). L’esperienza letteraria dell’autore è legata a doppio filo con la sua esperienza di vita: Arlindo nasce in Angola in una famiglia multirazziale e bilingue (Kimbundu e Portoghese) e fu, dunque, molto sensibile alla questione della ricerca di una identità definita e certa, ricerca spesso dolorosa che lo portò in giro per il mondo e lo condusse lontano dall’Angola e dal Portogallo, divagazione di una intera vita che si è conclusa laddove era iniziata. In un certo senso, è possibile considerare Angola Angolê Angolema come lo specchio della vita dell’autore, una circumnavigazione della storia di Angola in cui cercare l’identità per poi tornare al punto di partenza arricchiti e consapevoli “la ricerca di me stesso e dell’Angola ha attraversato mezzo mondo, per poi tornare al punto di partenza”. Angola Angolê Angolema, infatti, si rivela atto e potenza contemporaneamente, non è solo un punto d’arrivo e la sua conclusione sulla carta ambisce ad essere il punto di partenza della storia futura. La raccolta segue e racconta passo per passo le evoluzioni emotive dell’Angola e degli angolani, così, attraverso i versi si susseguono sentimenti ed emozioni: il dolore della morte, l’attesa e il

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