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La politica italiana in Medioriente negli anni Sessanta

Informazioni tesi

  Autore: Mariangela Maritato
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Giuseppe Ignesti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 334

La Guerra dei Sei Giorni scosse un mondo ormai abituato alla situazione di stallo determinata dalla guerra fredda. La guerra, che iniziò la mattina del 5 giungo 1967 con devastanti incursioni dell’aviazione israeliana sulle basi aeree egiziane e che terminò il 10 giugno con la conquista delle alture del Golan in Siria, determinò un mutamento del quadro politico-strategico del Medio Oriente che tutt’oggi attende una risoluzione.

Il 7 giugno 1967 l’esercito israeliano occupa la spianata delle moschee di Al-Aqsa e della cupola della Roccia – che gli ebrei chiamano monte del Tempio – nonché tutta la città vecchia di Gerusalemme. Rinacque in quel giorno il mito dell’indivisibilità di Gerusalemme, “capitale riunificata ed eterna dello stato di Israele”. Un dogma inculcato talmente a fondo che è difficile immaginare che, fino al 1967, la direzione dello stato e, prima ancora, quella del movimento sionista, non avevano mai seriamente preso in considerazione un’annessione di Gerusalemme Est. Il mito della “Gerusalemme liberata” aveva radici profonde. Esprimeva l’attaccamento millenario degli ebrei a Sion, una delle colline che simboleggiano la città, loro unico luogo santo e dal quale prese il nome il movimento ortodosso di Teodor Herzl, che male digeriva la discrepanza derivante dal paradosso “sionismo senza Sion”.

Secondo David Bidussa, fu proprio nel maggio-giugno del 1967 che Israele diviene una realtà politica con cui fare i conti. Nelle settimane che precedono lo scoppio della “guerra dei sei giorni” si forma un primo schieramento tra sinistra e centro nell’opinione pubblica italiana (la destra allora era decisamente schierata con le componenti dell’antisemitismo arabo che puntano alla distruzione fisica dello stato israeliano) che vede Israele come il baluardo dell’Occidente contro la possibilità della rivincita del “mondo islamico”.

L’esito del conflitto e le modalità della rotta militare degli eserciti egiziano, giordano e siriano, introiettata come forza dell’intelligenza che supera la forza numerica del mondo arabo, sancisce un primo passaggio nell’opinione pubblica italiana. Israele appare come un piccolo paese capace di vincere solo scommettendo su un alto tasso di know – how a fronte di una realtà numericamente schiacciante. L’espansione territoriale, invece, non appare ancora come un problema politico.

All’indomani dello scoppio del conflitto, che rivoluzionò in Italia la percezione dello Stato d’Israele per la prontezza e la velocità che il suo esercito manifestò mettendo in ginocchio Egitto, Siria e Giordania in soli 6 giorni di combattimenti, le reazioni nel nostro Paese furono contrastanti.
La reazione del governo italiano fu quella di chiedere immediatamente l’intervento delle forze dell’Onu. Gli ambasciatori italiani a Washington, Londra, Mosca e Parigi furono incaricati dal ministro degli Esteri Fanfani a sottolineare la tesi italiana ai governi dei quattro paesi che, quali membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, avrebbero dovuto adoperarsi per prendere le misure necessarie.
La decisione italiana di insistere per un intervento delle Nazioni Unite venne presa concordemente dal presidente del Consiglio Moro, dal vice-presidente Nenni e dal ministro da Fanfani.
La notizia dell’apertura delle ostilità alla frontiera tra l’Egitto e Israele si diffuse come un lampo la mattina del 5 giugno, producendo profonda impressione non solo negli ambienti politici. Alcuni giornali uscirono in edizione straordinaria tra i quali l’Unità che, secondo le direttive del partito comunista, fu più cauta e moderata del solito nella titolazione. Il partito comunista evitò di attribuire ad Israele la responsabilità dell’aggressione ma di limitò a parlare di “scontri militari in atto tra Israele e gli Stati arabi” e della necessità di dichiarare, da parte dell’Italia, “la sua piena neutralità nel conflitto”.

L’Italia era la più piccola e la più debole delle grandi potenze, ma poteva sfruttare la forza degli altri e concorrere a risultati in cui il suo ruolo sarebbe stato valorizzato. Era, quella di Fanfani, la versione aggiornata e volontaristica di quella politica del “peso determinante” che il paese aveva praticato per buona parte della sua storia unitaria.

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Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma Facoltà di Lettere e Filosofia La politica italiana in Medioriente negli anni Sessanta Tesi di Mariangela Maritato Relatore: Prof. Giuseppe Ignesti a.a. 2003-04

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