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L'essenziale è invisibile agli occhi: la ricerca dell'invisibile nell'arte contemporanea

L’arte ha sempre cercato di dare forma e peso ai processi più invisibili, proponendosi come la chiave di lettura in grado di oltrepassare le apparenze e di aprire la mente a nuovi punti di vista che esulano dai significati a cui siamo abituati. Cosa differenzia un semplice oggetto da un’opera d’arte? Nel 1948 René Magritte intitolava un suo quadro “Ceci n’est pas une pipe” (“Questa non è una pipa”), rivelando, in una visione molto chiara, la frattura tra il mondo dei segni e il mondo della realtà. I segni sono arbitrari: significato e significante hanno, quindi, un rapporto del tutto soggettivo e la relazione che intercorre tra il segno e la sua rappresentazione non solo frantuma la consapevolezza intrinseca in ognuno di noi della scissione tra il linguaggio e la realtà, ma diviene la negazione di se stessa. Bisogna insomma saper distinguere tra la “cosa in sé” e la sua rappresentazione, come afferma Jean-Luc Nancy nella sua “Piccola conferenza su Dio”:

«Sicuramente amate qualcuno, e capite che l’amore non è una cosa che sta da qualche parte, anche se potete inviare una cartolina con un cuore: è un segno d’amore, ma non è l’amore».

Marcel Duchamps espone in una galleria uno scolabottiglie, Jannis Kounellis dei cavalli vivi, Gino De Dominicis una mozzarella posta sul sedile di una carrozza: è grazie all’intervento di questi artisti se il significato che la società attribuisce ad ogni significante acquista nuovi termini, minando le certezze dello spettatore e portandolo all’acquisizione di un nuovo modo di pensare, che va oltre l’apparenza. L’utilizzo di elementi comuni porta inevitabilmente il pubblico a riflettere: poiché si trovano in una galleria, infatti, questi oggetti diventano opere d’arte, e quindi il loro significato deve necessariamente porsi al di là del quotidiano. Tra i protagonisti dell’arte contemporanea che han dichiarato guerra alla fossilizzazione del pensiero ne ho selezionati cinque che, più di altri, mi hanno aiutato a comprendere l’importanza di saper abbattere i propri pregiudizi e schemi mentali, aprendosi al nuovo e al diverso. Ognuno di essi mostra il proprio invisibile, che può diventare un anelito verso l’immortalità del corpo, una descrizione di un oggetto che si viene a sostituire ad esso, o ancora la traccia lasciata da un corpo che non è più, il distaccamento mentale dal corpo terreno per raggiungere un universo “altro”, o infine la mitologia e la forza ammaliante e allo stesso tempo distruttrice della passione.

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5 Introduzione Ogni numero di magia è composto di tre parti. La prima parte è chiamata ‘la Promessa’. L’illusionista vi mostra qualcosa di ordinario: un mazzo di carte, un uccellino o un uomo. Vi mostra questo oggetto. Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare che sia davvero reale, inalterato, normale. Ma ovviamente, è probabile che non lo sia. Il secondo atto è chiamato ‘la Svolta’. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ora voi state cercando il segreto, ma non lo troverete, perché non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Ma ancora non applaudite, perché far sparire qualcosa non è sufficiente. Bisogna anche farla riapparire. Ecco perché ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo ‘Il Prestigio’. The Prestige – Christopher Nolan Sin dall’antichità l’essere umano ha sentito il bisogno di imprimere fisicamente ciò che non gli era possibile percepire attraverso l’ausilio della vista: l’immagine ha sempre costituito un elemento fondamentale nella vita dell’individuo, poiché ciò che non si conosce e di cui non si può fare esperienza atterrisce ed in qualche modo risulta essere troppo imponente per la mente umana. Si è sempre ritenuto necessario quindi tradurre in immagini – disegni, dipinti o anche semplicemente attraverso la parola scritta, che spesso concretizza e sostituisce l’oggetto materiale descritto – i pensieri, le nozioni e tutto ciò che si voleva fosse tramandato ai posteri, in accordo col detto latino verba volant, scripta manent. Il linguaggio orale non è un qualcosa di tangibile, essendo non solo uno strumento del comunicare ma anche del pensare: la mente, infatti, non ha bisogno di vedere. Un cieco è ostacolato, nel pensare, dal fatto che non può leggere, e quindi da un minore supporto dello scibile scritto, ma non dal fatto che non vede le cose di cui pensa. In verità, le cose che pensiamo non le vede nemmeno chi possiede l’ausilio della vista: non sono “visibili” all’occhio umano. Quasi tutto il nostro vocabolario conoscitivo e teoretico è composto di parole astratte che non hanno nessun preciso corrispettivo in elementi visibili, e il cui significato non è riconducibile né traducibile in immagini. Città è ancora un “visibile”, ma nazione, Stato, burocrazia, popolo e così via sono concetti astratti, elaborati da processi mentali astraenti,

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Design e Arti

Autore: Mara Mascaro Contatta »

Composta da 203 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 14139 click dal 06/03/2009.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.