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Le politiche economiche dei governi italiani davanti alla crisi: 1972-1975

Informazioni tesi

  Autore: Giancarlo Bedini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1976-77
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Giuseppe Are
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 158

Nel decennio tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni settanta si consuma una trasformazione epocale sia delle ragioni di scambio a livello internazionale sia dei presupposti della crescita economica occidentale novecentesca. La crisi del fordismo arreca i suoi effetti sugli equilibri economico-monetari che non appaiano più ripristinabili con i modelli di intervento keynesiani di modulazione della domanda aggregata. All'epoca (prima metà degli settanta) era ancora distante una piena consapevolezza di tutte le implicazioni di tale crisi, in particolare nell'ambito delle classi dirigenti italiane. Peraltro era chiarissima, nei fatti, la fine (od almeno la crisi irreversibile) della rete di relazioni economiche tra le nazioni che aveva condotto alla crescita accompagnata da welfare state e all'interno della quale anche l'Italia aveva potuto godere del suo sviluppo quantitativo. Il dibattito nell'ambito delle maggioranze di governo e delle autorità monetarie del paese manifesta spesso il contrasto aspro tra posizioni teoriche e politiche molto distanti, ma tutto resta interno alla consueta visione delle cose e cioè quella che si esprime in politiche di volta in volta inflazionistiche o deflazionistiche alla ricerca di un “aggancio” con il ciclo economico mondiale.
In particolare la politica monetaria, funzionante prevalentemente, ma non solo, in modo restrittivo era stata praticata e considerata sino ad allora come la leva quasi esclusiva di intervento attivo sull’andamento del sistema economico.
Alla politica monetaria questo ruolo era derivato da due fondamentali fattori che si pongono a livelli diversi fra loro. Il primo è costituito dall’inefficienza e dalla poca manovrabilità che in Italia hanno sempre caratterizzato la pubblica amministrazione ed in particolare lo strumento fiscale, il quale avrebbe potuto costituire una valida alternativa come strumento di breve periodo. Il secondo dal fatto che esso corrispose alla mancanza di una politica di programmazione e d’intervento sulle strozzature e sugli squilibri strutturali contrassegnanti la realtà economica italiana.
Il dibattito nell'ambito delle maggioranze di governo e delle autorità monetarie del paese manifesta spesso all'epoca il contrasto aspro tra posizioni teoriche e politiche molto distanti, ma tutto resta interno alla consueta visione delle cose e cioè quella che si esprime in politiche di volta in volta inflazionistiche o deflazionistiche alla ricerca di un “aggancio” con il ciclo economico mondiale.
Il testo descrive analiticamente i singoli provvedimenti e le singole decisioni nella loro tecnicità, con l'intenzione di cercare di delinearne dall'interno il significato sotto il profilo politico ed economico . L'approccio è di tipo interdisciplinare e i fatti storici sono studiati alla luce del contesto problematico dell'economia e paradigmi interpretativi ed operativi a disposizione dei protagonisti.

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3 Introduzione Gli anni (1972-1975) in cui si apre e si svolge la più profonda crisi economica dell’Italia del dopoguerra, rappresentano anche un periodo di malessere acuto, se non di riconosciuto esaurimento, di alcuni strumenti di politica economica che avevano ricoperto, nell’esperienza italiana, un ruolo di primo piano. Fra tali strumenti vi è, in particolare, la politica monetaria, funzionante prevalentemente, ma non solo, in modo restrittivo e che era stata praticata e considerata sino ad allora come la leva quasi esclusiva di intervento attivo sull’andamento del sistema economico. Alla politica monetaria questo ruolo era derivato da due fondamentali fattori che si pongono a livelli diversi fra loro. Il primo è costituito dall’inefficienza e dalla poca manovrabilità che in Italia hanno sempre caratterizzato la pubblica amministrazione ed in particolare lo strumento fiscale, il quale avrebbe potuto costituire una valida alternativa come strumento di breve periodo. Il secondo dal fatto che esso corrispose alla mancanza di una politica di programmazione e d’intervento sulle strozzature e sugli squilibri strutturali contrassegnanti la realtà economica italiana. Le aziende a partecipazione statale, per vicende storiche quantitativamente estese, avrebbero potuto essere uno strumento di tale impegno programmatico. Ma, se

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