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Legittima difesa e guerra preventiva nel diritto internazionale

La tesi affronta le tematiche inerenti l’evoluzione della “legittima difesa” nel diritto internazionale, avendo particolar riguardo alla cosiddetta “guerra preventiva”, preconizzata dal presidente americano George W. Bush all’indomani dell’11 Settembre, per far fronte alla minaccia radicalmente nuova del terrorismo internazionale e delle armi di distruzione di massa. Le tappe fondamentali che hanno caratterizzato l’evoluzione della legittima difesa nel diritto internazionale sono costituite dalla Convenzione dell’Aja per il regolamento pacifico dei conflitti internazionali del 1899, coadiuvata poi da una successiva, firmata nel 1907, dal Covenant della Società delle Nazioni concluso nel 1919, dal Patto Kellogg-Briand stipulato nel 1928, ed infine dall’attuale Carta delle Nazioni Unite, elaborata nel 1945. L’architettura disposta dalla Carta, prevede un divieto generale del ricorso alla forza armata e un’eccezione costituita dalla legittima difesa individuale e collettiva. L’art. 2, paragrafo 4 della Carta, a differenza dei precedenti accordi internazionali, pone un divieto di carattere assoluto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. L’unica eccezione prevista a questo divieto assoluto, è costituita dalla legittima difesa individuale e collettiva, espressamente prevista dall’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. L’analisi testuale del suddetto articolo, offre elementi per due opposte interpretazioni. Da una parte, ci sono coloro i quali affermano la liceità della legittima difesa preventiva. Secondo tale opinione, la Carta avrebbe fatto proprio il diritto di legittima difesa così come esisteva prima della sua entrata in vigore. Poiché il diritto consuetudinario pre-Carta ammetteva la legittima difesa preventiva, questa sarebbe stata fatta propria dalla Carta e mantenuta dopo la sua entrata in vigore. La nozione di Legittima difesa preventiva è stata notevolmente ampliata dalla c.d. “dottrina Bush” della guerra preventiva. Secondo tale dottrina, per far fronte alla minaccia terroristica e alle armi di distruzione di massa, contro cui la dissuasione non funziona, gli Stati Uniti potrebbero intervenire non solo nell’imminenza di un attacco armato, ma anche nel caso in cui lo Stato territoriale ospiti organizzazioni terroristiche o sia in possesso di armi di distruzione di massa, e sia pronto ad usarle. Secondo l’altra interpretazione, invece, la legittima difesa non può essere esercitata nell’imminenza di un attacco armato, ma solo dopo che questo si sia verificato. Tale opinione, si fonda sostanzialmente sull’interpretazione letterale dell’art. 51, che fa riferimento testuale all’esistenza di un attacco armato, che conformemente a quanto previsto dal suddetto articolo è condizione essenziale per esercitare tale diritto. Tra l’altro, anche a supporre che secondo il diritto esistente prima della Carta delle Nazioni Unite fosse ammissibile la legittima difesa preventiva, la sua entrata in vigore ne avrebbe ristretto l’ammissibilità alla sola ipotesi in cui si sia verificato un attacco armato. La miglior dottrina, condividono quest’ultimo indirizzo, tra questi Natalino Ronzitti e Benedetto Conforti. Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno reagito in legittima difesa, dapprima contro l’Afghanistan, operazione “Enduring Freedom” e più tardi contro l’Iraq, con l'operazione “Iraqi Freedom”, costituendo quest’ultima operazione, il primo banco di prova della dottrina strategica della “guerra preventiva” contenuta nella “National Security Strategy”, ipotizzata dal presidente americano Bush. Tali azioni, ed in particolare l’operazione condotta contro l’Iraq, non possono essere condivise in quanto l’uso della forza, non è consentito in anticipo ad un’offensiva esterna, e dovrebbe essere necessario attendere ad eccezione di situazioni estreme e di fronte a circostanze di palese preparazione militare altrui, di subire il primo attacco per poter essere legittimati a rispondere, a meno che il Consiglio di Sicurezza non autorizzi tramite una specifica risoluzione, il ricorso all’uso della forza. A tal proposito, si ricorda che mentre l’operazione condotta contro l’Afghanistan è stata riconosciuta ”ex post facto” dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il conflitto in Iraq, è stato caratterizzato da una novità imprevista, gli Stati Uniti non sono riusciti a coinvolgere l’ONU e soprattutto l’Europa, che in questa occasione si è dissociata dalla politica estera degli Stati Uniti non partecipando all’impresa. Concludendo, si può affermare che azioni preventive possono essere condotte nel caso di minacce alla pace o alla sicurezza internazionale, ma richiedono ad ogni modo che una simile decisione, (condizionata dalla fondatezza della minaccia e dalla consapevolezza che la stessa non possa essere affrontata altrimenti che con la forza armata), venga riservata al Consiglio di Sicurezza, quale portavoce di primo piano dell’intera comunità internazionale.

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Introduzione La tesi affronta le problematiche inerenti l’evoluzione della “legittima difesa” nel diritto internazionale, avendo particolare riguardo alle tematiche contenute nella c.d. “dottrina Bush”, preconizzata dal presidente americano George W. Bush all’indomani dell’11 Settembre, per far fronte alla minaccia radicalmente nuova del terrorismo internazionale e delle armi di distruzione di massa. Nella parte iniziale, sono analizzate la Convenzione dell’Aja per il regolamento pacifico dei conflitti internazionali, il Convenant della Società delle Nazioni e il Patto Kellogg-Briand, che rappresentano le tappe fondamentali che hanno segnato l’evoluzione della legittima difesa nel diritto internazionale. Partendo da questi accordi internazionali, che costituiscono i primi tentativi, poi falliti, di disciplinare giuridicamente il contenuto della legittima difesa, ovvero in quali limitate condizioni tale diritto fosse esercitabile, si passa ad analizzare la Carta delle Nazioni Unite. L’architettura disposta dalla Carta, prevede un divieto generale del ricorso alla forza armata e un’eccezione costituita dalla legittima difesa individuale e collettiva. Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, di fronte alla minaccia completamente nuova del terrorismo internazionale, il presidente americano George W. Bush, ha sostenuto la possibilità ed il diritto di farvi fronte con strumenti altrettanto nuovi, preconizzando il ricorso alla guerra ogni qual volta egli ritenga gli Stati Uniti minacciati, anche senza certezza sui tempi e sui luoghi di un attacco nemico. Si tratta della rivendicazione di un diritto alla “legittima difesa” che esula dai limiti fissati dalla Carta delle Nazioni Unite e dal diritto consuetudinario, e che pertanto si è definita, “preventiva”. Sulla scorta di queste rivendicazioni, gli Stati Uniti hanno reagito in legittima difesa, dapprima contro l’Afghanistan, operazione “Enduring Freedom” e più tardi contro l’Iraq, operazione “Iraqi Freedom”, costituendo quest’ultima operazione, il primo banco di prova della dottrina strategica della “guerra preventiva” contenuta nella “National Security Strategy”, ipotizzata dal presidente americano Bush. 3

Laurea liv.I

Facoltà: Lingua e Cultura Italiana

Autore: Corrado Spriveri Contatta »

Composta da 45 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.