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La golden share nel diritto comunitario

Informazioni tesi

  Autore: Luca Truglia
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli studi roma tre
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Raffaele Torino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 146

Nell’affrontare gli aspetti giuridici del fenomeno della golden share, che trova il suo punto di partenza e di riferimento nelle discipline nazionali concernenti la privatizzazione e l’apertura alla concorrenza dei settori economici di tradizionale presenza statale, sorge inevitabilmente la questione di inquadrare, dal punto di vista del diritto comunitario e del diritto interno, un fenomeno che presenta caratteri particolari.
L’istituto trae origine dall’esperienza delle privatizzazioni inglesi.
La golden share trova il suo fondamento nella necessità di evitare che la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità sostituisca al monopolio pubblico quello privato, e nella particolare rilevanza strategica di tali settori, in cui la presenza dello Stato è ritenuta fondamentale, la cui tutela non può essere rimessa alle sole leggi di mercato.
Ciò ha indotto molti legislatori dei paesi comunitari a riservare agli esecutivi determinate prerogative di intervento sulla struttura e sulla gestione di tali imprese privatizzate, nonostante tali facoltà possano provocare effetti distorsivi sulla contendibilità delle imprese interessate.
In effetti, quasi tutti gli Stati membri dell’Unione Europea sono ancora azionisti di controllo nelle società privatizzate nei settori strategici (petrolio e gas, elettricità, telecomunicazioni, difesa, trasporti); golden shares sono presenti in oltre la metà delle società privatizzate.
Tuttavia, la conservazione di tali poteri speciali nelle società privatizzate o in via di privatizzazione, nonostante risponda a logiche ben precise, ha attirato l’attenzione della Commissione Europea, che, dopo essere stata artefice del processo di liberalizzazione che ha guidato verso il mercato concorrenziale i settori pubblici più importanti dei Paesi membri, guarda con attenzione alle procedure statali di dismissione delle partecipazioni pubbliche.
Tale attenzione ha condotto all’apertura di numerose procedure di infrazione ai danni degli Stati che si servono di tali prerogative. Gli esiti delle varie pronunce in materia da parte della Corte di Giustizia, nonostante la condanna degli Stati nella quasi totalità dei casi, hanno lasciato spazio alla formulazione dei criteri e delle condizioni che rendono legittimo tale istituto pur nell’ottica di uno strumento eccezionale e derogatorio rispetto alle regole ed ai principi del Trattato, alla condizione che non violi i principi di funzionamento del mercato e le libertà fondamentali comunitarie.
Presentare la golden share come un fenomeno puramente ricollegabile alla “statalizzazione” dell’economia sarebbe però erroneo. La golden share, nonostante sia percepita come un fenomeno negativo che rappresenta la continuità dell’ingerenza statale nel libero mercato, aldilà dei suoi contenuti tecnici e dei suoi difetti, ha avuto una funzione importante nella formazione di un ampio consenso nei confronti delle privatizzazioni in tutti gli Stati, anche quelli con solide tradizioni di presenza statale in economia, senza il quale, sarebbe stato difficile attuare un programma di privatizzazione di così ampie dimensioni.

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II Introduzione Nell’affrontare gli aspetti giuridici del fenomeno della golden share, che trova il suo punto di partenza e di riferimento nelle discipline nazionali concernenti la privatizzazione e l’apertura alla concorrenza dei settori economici di tradizionale presenza statale, sorge inevitabilmente la questione di inquadrare, dal punto di vista del diritto comunitario e del diritto interno, un fenomeno che presenta caratteri particolari. L’istituto trae origine dall’esperienza delle privatizzazioni inglesi. La golden share trova il suo fondamento nella necessità di evitare che la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità sostituisca al monopolio pubblico quello privato, e nella particolare rilevanza strategica di tali settori, in cui la presenza dello Stato è ritenuta fondamentale, la cui tutela non può essere rimessa alle sole leggi di mercato. Ciò ha indotto molti legislatori dei paesi comunitari a riservare agli esecutivi determinate prerogative di intervento sulla struttura e sulla gestione di tali imprese privatizzate, nonostante tali facoltà possano provocare effetti distorsivi sulla contendibilità delle imprese interessate. In effetti, quasi tutti gli Stati membri dell’Unione Europea sono ancora azionisti di controllo nelle società privatizzate nei settori strategici (petrolio e gas, elettricità, telecomunicazioni, difesa, trasporti); golden shares sono presenti in oltre la metà delle società privatizzate. Tuttavia, la conservazione di tali poteri speciali nelle società privatizzate o in via di privatizzazione, nonostante risponda a logiche ben precise, ha attirato l’attenzione della Commissione Europea, che, dopo essere stata artefice del processo di liberalizzazione che ha guidato verso il mercato concorrenziale i settori pubblici più importanti dei Paesi membri, guarda con attenzione alle procedure statali di dismissione delle partecipazioni pubbliche. Tale attenzione ha condotto all’apertura di numerose procedure di infrazione ai danni degli Stati che si servono di tali prerogative. Gli esiti delle varie pronunce in materia da parte della Corte di Giustizia, nonostante la condanna degli Stati nella quasi totalità dei casi, hanno lasciato spazio alla

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