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La stauroteca bizantina di Cortona

Informazioni tesi

  Autore: Simona Giorgetti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Conservazione dei Beni Culturali
  Corso: archeologia
  Relatore: Daniele Bianconi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 47

Quella della Vera Croce fu senz’altro una delle reliquie più importanti, ambita da molti ma posseduta da pochi. Era tra i frammenti più significativi perché, oltre ad essere uno dei massimi simboli di devozione religiosa, era utilizzato come emblema di vittoria dagli imperatori e spesso li accompagnava nelle battaglie, pur se un l’adattamento militare costituì un’attribuzione più rara rispetto a quella
mitica, generalmente conferita alle reliquie o alle icone . La stauroteca bizantina di Cortona (Tav. 1) – oggetto del presente lavoro – costituisce un’eccezione di questo tipo. Un’iscrizione sul retro, realizzata in lettere maiuscole greche disposte in forma di croce, ricorda proprio come un non meglio imprecisato imperatore di nome Niceforo l’abbia utilizzata contro i barbari, quale simbolo di salvezza. È una frase che valorizza il contenuto del reliquiario e non il contenitore, paradossalmente il contrario di quello che avviene oggi, allorché si è propensi ad attribuire un maggior valore storico-artistico alla custodia in avorio, lavoro di elevata qualità tecnica e artistica.
Dobbiamo a frate Elia – personaggio discusso ma affascinate, protagonista dei primi anni del francescanesimo – la possibilità di ammirare quest’opera d’arte. Elia, infatti, la riportò dall’Oriente, anche se non ci è dato sapere il percorso che compì la stauroteca per arrivare nelle sue mani, e la depose nella chiesa di San Francesco a Cortona, un edificio che lui stesso aveva fatto costruire.
La parte anteriore dell’avorio cortonese, scolpita con figure religiose, appartiene stilisticamente e per l’elevata qualità di lavorazione, al X secolo, agli anni della rinascenza macedone , il periodo d’oro dell’impero bizantino, caratterizzato da risorgimento culturale e sviluppo politico. La parte posteriore, occupata dall’iscrizione a forma di croce, di cui si è detto e da un’altra che corre lungo i margini, è stata, invece, oggetto di dibattito per quanto riguarda la datazione. Il problema, tuttavia, ancorché complesso, non è mai stato affrontato in un’opera monografica: di qui la scelta della presente indagine.
In questa sede ci si propone proprio di verificare le varie ipotesi sulla datazione delle iscrizioni, cercando di arrivare ad una conclusione, che si spera definitiva, circa il periodo di produzione e di incisione delle epigrafi.
Dopo un primo capitolo dedicato alla produzione di avori a Costantinopoli nel periodo della rinascenza macedone e un breve sguardo rivolto all’arte religiosa in generale, nel secondo sono raccontati l’arrivo della tavoletta eburnea in Italia e la storia di frate Elia. Nel terzo capitolo si passa alla descrizione della parte anteriore della stauroteca e, infine, nel quarto è affrontato il problema della datazione, preceduto dall’analisi paleografica della scrittura. Considerando che le incisioni caratterizzano il maggior numero degli avori mediobizantini (specialmente quelli di fattura elevata) e partendo dal presupposto che le epigrafi potessero appartenere al X secolo, come la parte anteriore e come la maggior parte degli studiosi aveva ipotizzato, nell’ultimo capitolo mi sono servita di vari confronti paleografici per arrivare ad una datazione più certa e, in modo particolare, ho confrontato le lettere maiuscole della stauroteca con le scritture distintive dei manoscritti greci, arrivando così a verificare l’ipotesi iniziale.

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2 Introduzione Spesso, quando si parla di Medioevo, sia latino sia greco, risulta spontanea, per non dire obbligata, l’associazione con il Cristianesimo, con la Chiesa, con le sacre (o ritenute tali) reliquie. Particolarmente ambite in Occidente, le reliquie hanno assunto subito un ruolo importante nel costume cristiano, forse perché simbolo di un legame diretto con il sacro. Sono state attribuite loro proprietà miracolose, poteri soprannaturali che hanno incantato numerosi credenti i quali, nella speranza di conciliarsi con la misericordia divina o di ottenere guarigioni, si sono messi in viaggio verso i luoghi di culto 1 , primi tra tutti quelli che hanno fatto parte della vita di Gesù. Anche Costantinopoli, la nuova Gerusalemme, era uno dei principali luoghi di attrazione, perché vi si conservavano le reliquie della Passione di Cristo: «la croce, i chiodi, la corona di spine, la spugna imbevuta di aceto, il lenzuolo che accolse il cadavere, l’ampolla dell’olio che lo unse, la veste, i sandali, le coppe dell’ultima cena, il sangue 2 ». Era un’enorme gloria per una chiesa, un monastero possedere anche il più piccolo frammento di ossa legato ad un qualsivoglia santo, tanto che spesso furono pagati prezzi assai elevati o furono affrontate numerose peripezie pur di entrarne in possesso. Il fatto è che una reliquia significava ricchezza non solo spirituale, ma anche materiale, dal momento che avrebbe attirato molti fedeli, preoccupati per la loro salvezza eterna. Quella della Vera Croce fu senz’altro una delle reliquie più importanti, ambita da molti ma posseduta da pochi. Era tra i frammenti più significativi perché, oltre ad essere uno dei massimi simboli di devozione religiosa, era utilizzato come emblema di vittoria dagli imperatori 3 e spesso li accompagnava nelle battaglie, pur se un l’adattamento militare costituì un’attribuzione più rara rispetto a quella 1 Il pellegrinaggio è un fenomeno radicato nella cultura cristiana forse già dal IV secolo, quando con l’Edito di Milano del 313 fu concessa libertà di culto ai cristiani. Si veda G. Piccinni, I mille anni del Medioevo, Milano 1999, pp. 230-232; J. Richard, Il santo viaggio: pellegrini e viaggiatori nel Medioevo, Roma 2003; F. Cardini, Reliquie e pellegrinaggi, in Santi e demoni nell’alto Medioevo occidentale, Spoleto 1989, pp. 981-1035. 2 Piccinni, I mille anni del Medioevo, cit., p. 233. 3 N. Thierry, Le culte de la croix dans l’empire byzantin du VII au X dans ses rapports avec la guerre contre l’infidèle. Nouveaux témoignages archéologiques, «Rivista di studi bizantini e slavi», 1, 1981, pp. 205-228.

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