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Il diritto e la paura. Dal diritto penale alla tolleranza zero

La nuova produzione penale inaugurata dai paesi occidentali all’indomani del tramonto del welfare state ha delineato uno scenario nuovo nella lotta alla devianza e al crimine, ben lontano da quello tracciato dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Settanta del Novecento dalle diverse teorie criminologiche.
Il fine terapeutico del trattamento carcerario, l’idea di riabilitazione del criminale con conseguente reinserimento nella comunità, il tentativo d’intervento sulle cause della devianza, la prevenzione sociale, lasciano il posto ad una penalità non più individualizzata.
Muta quindi il concetto di controllo sociale, che non viene più riferito ai singoli individui devianti, ma si estende invece, in chiave repressiva e soprattutto preventiva, su interi gruppi sociali collettivi, istituzionalmente e mediaticamente definiti come gruppi portatori e generatori di rischio. I nuovi dispositivi punitivi passano, dalla disciplina e dalla rieducazione del soggetto che delinque, alla gestione di intere categorie di persone, su cui la questione deviante e criminale viene genericamente ampliata e ridistribuita in maniera capillare dai soggetti all’ambiente che li accoglie e li ospita, inteso come spazio di crescita e convivenza sociale.
La generalizzazione del crimine, il suo annidarsi in determinati ambienti della comunità, la creazione di stereotipi pericolosi, sono concetti diffusi nelle odierne società moderne, inoltre hanno contribuito in maniera decisiva a sviluppare nelle popolazioni un sentimento di paura e insicurezza che sfocia in numerose occasioni in atteggiamenti paranoici. Allo Stato è chiesto di intervenire in maniera energica e decisa contro i fattori di rischio, sradicandoli ed eliminandoli dal contesto nazionale, facendo quindi assurgere la questione sicuritaria a priorità dell’intervento pubblico statale. Ma contro chi e cosa si dirige la nuova azione penale? Quando il diritto è diventato regolatore della paura?
L’obiettivo che il presente lavoro si pone è quello di ripercorrere, da un punto di vista sociologico, le tappe e le trasformazioni sociali negli Stati che hanno segnato il modo di intendere i comportamenti penalmente rilevanti, fino a giungere alla decontestualizzazione della punizione dall’azione delittuosa, predicata e conseguita dalle moderne tecniche di governance e dalle politiche di “tolleranza zero”.
Nel primo capitolo mi sono occupato delle diverse concezioni di crimine e devianza sostenute dalle varie correnti e teorie criminologiche succedutesi a partire da Beccaria e Lombroso, inoltre ho analizzato l’importante studio condotto dal sociologo francese Michel Foucault sull’evoluzione dei modelli punitivi destinati a garantire la sicurezza dei governati, dal castigo fisico e corporale tipico del potere sovrano e delle società preilluministiche ai dispositivi disciplinari e correttori dei sistemi carcerari e custodialistici, fino ad arrivare ai dispositivi di sorveglianza e gestione delle popolazioni.
Nel secondo capitolo ho analizzato la crisi e la caduta delle forme di Stato sociale nelle società occidentali con la conseguente ascesa del modello penale, che caratterizza dal punto di vista giuridico una perdita d’interesse verso le finalità rieducative, assistenziali e riabilitative della pena, in favore di nuove tecniche punitive e di dispositivi come la “tolleranza zero” in grado di controllare e sanzionare quelle categorie marginali di individui più duramente colpiti dalla perdita della funzione assistenzialistica da parte dello Stato.
Nel terzo e ultimo capitolo la mia attenzione si è focalizzata sui nuovi meccanismi di governance che, in un’ottica gestionale dei gruppi marginali, mirano a punire le condotte attraverso dispositivi di sicurezza preventivi, travalicando molto spesso la concezione stessa di reato. Infine ho svolto un’analisi qualitativa dei provvedimenti di sicurezza adottati di recente dai sindaci italiani, dedicati a regolamentare principalmente i comportamenti della comunità, soprattutto quelle svantaggiate ed emarginate presenti nel contesto urbano contemporaneo.

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INTRODUZIONE La nuova produzione penale inaugurata dai paesi occidentali all’indomani del tramonto del welfare state ha delineato uno scenario nuovo nella lotta alla devianza e al crimine, ben lontano da quello tracciato dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Settanta del Novecento dalle diverse teorie criminologiche. Il fine terapeutico del trattamento carcerario, l’idea di riabilitazione del criminale con conseguente reinserimento nella comunità, il tentativo d’intervento sulle cause della devianza, la prevenzione sociale, lasciano il posto ad una penalità non più individualizzata. Muta quindi il concetto di controllo sociale, che non viene più riferito ai singoli individui devianti, ma si estende invece, in chiave repressiva e soprattutto preventiva, su interi gruppi sociali collettivi, istituzionalmente e mediaticamente definiti come gruppi portatori e generatori di rischio. I nuovi dispositivi punitivi passano, dalla disciplina e dalla rieducazione del soggetto che delinque, alla gestione di intere categorie di persone, su cui la questione deviante e criminale viene genericamente ampliata e ridistribuita in maniera capillare dai soggetti all’ambiente che li accoglie e li ospita, inteso come spazio di crescita e convivenza sociale. La generalizzazione del crimine, il suo annidarsi in determinati ambienti della comunità, la creazione di stereotipi pericolosi, sono concetti diffusi nelle odierne società moderne, inoltre hanno contribuito in maniera decisiva a sviluppare nelle popolazioni un sentimento di paura e insicurezza che sfocia in numerose occasioni in 2

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Leonardo Cecere Contatta »

Composta da 178 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.