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Dal teatro di scena al teatro di guerra: Maria Grazia Cutuli, una vita per il giornalismo

Informazioni tesi

  Autore: Stefania Zaccaria
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze e tecnologie delle arti figurative, musica, spettacolo e moda
  Relatore: Massimo Ferrari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 149

La decisione di effettuare la mia tesi di laurea su Maria Grazia Cutuli nasce, prima di tutto, dal desiderio di esaltare la mia terra, la Sicilia, i cui mille difetti oscurano spesso tutto ciò che di buono c’è e, quindi, i suoi eroi, che per farsi sentire devono spesso allontanarsi da quest’isola.
Laureatasi in Filosofia, si dedica ben presto alla scrittura, prima presso la Cgil di Catania, poi approda al quotidiano “La Sicilia”, dove si occupa di teatro e di spettacolo, a “Telecolor”, porta avanti qualche collaborazione con “Sud”, ma comprende che non è questo il giornalismo che lei vorrebbe fare. La Sicilia le sta stretta, così come il provincialismo di cui a volte peccano molti giornali della nostra terra.
Decide così di partire alla volta di Milano, dapprima si dedica ai femminili, come “M.Claire”, “Anna”, “Sette”, “Elle”, “Io Donna”, poi invece si trasferisce alla Mondadori, lavorando per il periodico “Centocose”. Qui comincia a farsi avanti l’interesse per gli esteri, per le inchieste e, rinunciando alle ferie, chiede di poter fare un periodo di prova a “Epoca”, anch’esso edito dalla Mondadori. Così comincia un nuovo capitolo nella vita professionale, ma anche umana, di Maria Grazia: compie i suoi primi viaggi da inviata, va in Africa, in Bosnia - Erzegovina, tocca con mano tutte quelle realtà che sono completamente diverse dalle nostre.
Macerie, malattie, bombardamenti: è questa la normalità di quei paesi in cui da anni si combatte per guerre civili, genocidi, o per motivi controversi che molto spesso, ai nostri occhi, risultano incomprensibili.
Una delle esperienze che più segneranno la sua crescita professionale è senz’altro la missione umanitaria come osservatrice per i diritti umani in Ruanda, nel 1994, quando si perpetrava uno dei crimini più spaventosi nella storia dell’uomo, il genocidio tra tutsi e hutu. Passerà sei mesi in Africa. Il compito di ‘osservatore’ ben si addiceva al suo sguardo peculiare, alla sua capacità di raccontare con precisione ciò che la circondava. Il suo linguaggio era ricercato ma allo stesso tempo semplice per non allontanarsi troppo dalla realtà. I suoi numerosi reportage forniscono quasi dei fotogrammi così nitidi da donare una particolare percezione visiva.
Al suo rientro a Milano, passa al “Corriere della Sera”, posto prestigioso ma per qualche anno precario, fino all’assunzione definitiva nel 1999. Qui continua a viaggiare, in giro per il mondo, tornerà in Africa, andrà in Cambogia, India, Cisgiordania, e poi in Afghanistan e Pakistan, dove, nel novembre del 2001 perderà la vita in un attentato terroristico insieme ad altri tre colleghi.
Lo stile che è emerso attraverso l’analisi dei suoi articoli e dei suoi dossier, è quello di una giornalista attenta, vigile, sempre alla ricerca della verità, di nuove realtà, ma senza scoop o sensazionalismi. La sua scrittura appare comprensibile e chiara, ma è allo stesso tempo coinvolgente, a tratti romanzesca, quasi sospesa tra letteratura e cronaca. Il mutamento di stile appare significativo confrontando le sue prime esperienze giornalistiche e i suoi scritti più maturi: prima di tutto per le tematiche. Dal teatro di scena al teatro di guerra, appunto come dice il titolo della mia tesi, dal palcoscenico dei teatri siciliani, a quello crudo e spaventoso della guerra. Il suo sguardo è rivolto in particolar modo ai bambini e alle donne che, molto spesso, sono coloro che più si addossano le conseguenze e le brutalità dei conflitti. Gran parte dei suoi reportage è dedicata infatti alla violenza sulle donne, in particolare delle donne del Medio Oriente. Violenza che può essere psicologica fino ad arrivare a quella disumana dello stupro. Abbiamo cercato di comprendere meglio questa delicata questione, i meccanismi che si muovono dietro a questi maltrattamenti e le origini di questo fenomeno, intervistando un’antropologa specializzata in donne e Medio Oriente, la dottoressa Sara Ongaro, partendo naturalmente da considerazioni scaturite dalla lettura dei testi di Maria Grazia.
Nella mia tesi ho cercato di focalizzare l’attenzione non solo sul passato della Cutuli, che contiene un enorme numero di articoli, ma anche di guardare avanti, nel suo ricordo, perché, come ha detto il fratello in una manifestazione a cui ho partecipato personalmente qualche mese fa, è proprio nel ricordo che l’operato di Maria Grazia continua. Proprio per questo, ho voluto assistere al PREMIO INTERNAZIONALE DI GIORNALISMO a lei dedicato, che ha premiato personaggi illustri della stampa, ma anche scrittori emergenti, apportando quindi un contributo diretto al mio elaborato.

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4 INTRODUZIONE «Cosa ci faccio qui, in un albergo di Nairobi, con lo zaino abbandonato ai piedi del letto, stanca morta, di ritorno da una guerra lontana? Una guerra che non ci appartiene. Dimenticata, si usa dire, una delle tante guerre d’Africa. E’ il Sudan il posto dove sono appena stata. I monti Nuba, la regione più isolata del Paese. Anche lì, le stesse parole che scuotono i Balcani: pulizia etnica, sterminio, genocidio. Odi secolari. Donne violate. E il cielo, vuoto di nuvole. Immenso e crudele. Ho guardato a lungo quel cielo africano, la notte prima di addormentarmi. Pieno di stelle, come può essere a queste latitudini, soffocante nella sua bellezza. Ho sperato solo di non sentire il rombo degli aerei carichi di bombe. […] Viveri, medicinali, vestiti per le popolazioni colpite dalla guerra e dalla carestia. Missioni autorizzate. Talvolta missioni clandestine. La nostra è una di queste. […] La regione che raggiungeremo, i monti Nuba, è vietata alle organizzazioni internazionali. Tagliata fuori dagli accordi umanitari che coprono il resto del Paese. Proibita alla stampa straniera. Una terra isolata, assediata, devastata dai bombardamenti. […] «In questi anni si sono fatte avanti altre organizzazioni. C’è stata anche un tentativo dell’Onu di negoziare un accordo con il governo. Niente da fare». I nuba, un milione e mezzo di persone, in maggior parte musulmani, con una minoranza di cristiani e una fetta di animisti, sono stati lasciati soli. […] E’ quasi buio. A spezzare

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