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Patti successori e contratti post mortem

La presente dissertazione si prefigge di esaminare i vari orientamenti dottrinali volti a circoscrivere la portata del divieto dei patti successori nel nostro ordinamento, ovvero a tentarne un superamento, non prima di aver analizzato nello specifico il divieto medesimo, attraverso un’attenta disamina da un punto di vista storico, al fine di meglio comprenderne le ragioni giustificative.
Dopo l’analisi della fattispecie normativa in chiave sistematica, l’attenzione si sposterà sull’interpretazione giurisprudenziale, che è andata ad integrare le scarne disposizioni codicistiche e che meglio permette di comprendere quando un determinato accordo, anteriore all’apertura della successione, possa essere considerato patto successorio, e quindi debba ricadere nel divieto dell’art. 458 c.c.
All’esame delle più rilevanti sentenze della Suprema Corte di Cassazione che, a partire dagli anni ’60, si sono occupate dei patti successori, seguirà un’attenta riflessione sull’istituto del patto di famiglia, di cui verranno considerati i vari aspetti problematici e del quale si tenterà di individuare la controversa natura, al fine di valutare se e in che misura esso costituisca un’espressa deroga al divieto dei patti, una vera e propria eccezione al disposto di cui all’art. 458 c.c.
Seguirà l’analisi di alcune figure contrattuali post mortem , istituti sui quali dottrina e giurisprudenza si sono interrogate, per tentare di definirne i connotati, in vista della loro liceità in assoluto oppure in collegamento con il divieto dei patti successori, ovvero per tentare di orientare negozialmente una successione ereditaria, senza passare per il previsto strumento del testamento, soddisfando, in tal modo, le esigenze sopra evidenziate.
Scopo del lavoro è fornire le basi per un’attenta riflessione giuridica, che permetta di guardare con giudizio critico al divieto dei patti, al fine di valutare se e in che misura tale istituto risulti effettivamente eccessivo rispetto agli intenti originari, probabilmente non più corrispondenti all’interesse generale; una volta raggiunta una precisa opinione sul punto, attraverso l’attento esame degli elementi analizzati, ci si potrà chiedere se gli sforzi dottrinali volti ad un superamento del divieto possano davvero considerarsi adeguati, ovvero risultino essere una mera forzatura del dato legislativo. Ma, soprattutto, obiettivo dell’analisi è valutare se effettivamente lo stesso legislatore, attraverso le recenti riforme introdotte, abbia voluto creare eccezioni al divieto di cui all’art. 458 c.c., superando definitivamente alcuni principi che caratterizzano il nostro diritto successorio.

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CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE La ricostruzione di una tipica e unitaria nozione dei patti successori è resa ardua dalla molteplicità delle ipotesi in cui essi si configurano, così come dalla difficoltà di classificarli in base a caratteristiche omogenee. Il patto successorio istitutivo, cioè l’istituzione contrattuale di erede o legatario, ha, infatti, natura profondamente diversa dal patto con cui un soggetto dispone non della propria successione, ma dei diritti che gli possano derivare dalla successione dell’altra parte o di un terzo (patto dispositivo), ovvero rinuncia ad essi (patto rinunciativo). Eppure, l’una e le altre convenzioni si trovano accomunate nel divieto e nella sanzione di nullità dell’art. 458 c.c. Per chi si limiti al dato normativo, non risulta agevole la ragione di un divieto riferito a disposizioni il cui unico punto in comune è avere ad oggetto una successione non ancora aperta. La spiegazione tecnica del divieto del patto successorio tradizionalmente detto istitutivo, ossia del patto con cui si disponga della propria successione, si limita a prendere atto della scelta legislativa. Si afferma comunemente che, “essendo incontestabile che nel nostro diritto positivo va riconosciuto, come unico negozio mortis causa a contenuto patrimoniale e tipico, il testamento…non è ammesso alcun altro negozio giuridico che attui o tenda ad attuare una successione a causa di morte” 1 ; che “il testamento è l’unico strumento a disposizione del privato per realizzare la finalità di disposizione mortis causa del proprio patrimonio” 2 ; infine che, vietando “il diritto vigente…tutti i patti successori…non resta come negozio mortis causa che la disposizione testamentaria” 3 . 1 CARIOTA FERRARA L., Le successioni per causa di morte, I, Napoli, 1961, p. 145. 2 NICOLO’ R., Disposizione di beni mortis causa in forma indiretta, in Riv. not. 1997, p. 146. 3 SANTORO-PASSARELLI F., Dottrine generali del diritto civile, Napoli, 1966, p. 222 s.; DIONISI D., Il problema dei negozi giuridici unilaterali, Napoli, 1972, p. 192. L’insegnamento che unico negozio mortis causa, nel nostro sistema 1

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Alessandra Casinelli Contatta »

Composta da 258 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.