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Il progetto ''Il sestante'' nella casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino - Analisi delle ambivalenze nel trattamento del paziente detenuto durante e dopo la carcerazione

La scelta di individuare il progetto sestante quale fenomeno da analizzare nella sua complessità, è legata principalmente alla significatività e alla esemplarità di questa esperienza, che per la prima volta dalla sua nascita è stata indagata. Nata per lo più da un interesse professionale, la ricerca è stata strutturata in due moduli distinti e consequenziali: una prima fase esplorativa è servita ad approfondire, attraverso l’analisi della documentazione, la conoscenza di questo progetto, ed entro cui si è sviluppata l’idea stessa della ricerca.
Una seconda fase di carattere estensivo, ha utilizzato il progetto sestante così conosciuto quale unità di analisi in cui il vero e proprio oggetto d’indagine si è focalizzato sulla figura del detenuto portatore di patologia psichiatrica, e del suo trattamento, inteso come percorso di cura e sostegno, attivato nel corso della detenzione. Si è così cercato di verificare cosa succede quando la condizione detentiva cessa, quando lo stesso paziente psichiatrico, prima preso in cura dal sistema carcere diventa ex detenuto, se e come viene garantita la continuità del percorso di cura intrapreso all’interno, dal momento, terminata la condanna, del suo re-ingresso all’interno della società libera. L’analisi effettuata ha utilizzato quale paradigma sociologico di riferimento la prospettiva della sociologia dell’ambivalenza.
Nella fase esplorativa si sono ricostruiti in primo luogo i contesti culturale e normativo entro i quali il progetto sestante è nato e si è sviluppato.
La fase estensiva si è svolta attraverso l’indagine sul campo e l’osservazione diretta delle situazioni di soggetti ospiti del progetto negli anni 2004-2005 per cui è stata effettuata una segnalazione di presa in carico ai servizi specialistici di territorio in vista della scarcerazione e nell’ottica di una continuità del percorso di cura. Partendo dal caso concreto delle situazioni di soggetti portatori di patologia psichiatrica ed ex detenuti che rientrano nella società libera, si è così cercato di verificare se è possibile sostenere che, di fronte all’alternativa o se si preferisce al quesito – queste persone sono re-incluse nella comunità o al contrario, subiscono un nuova es-clusione – l’unica scelta possibile per gestire l’interazione sia quella ambivalente: l’oscillazione e la contemporaneità dei due comportamenti.

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3 Introduzione Nella nostra società occidentale ci sono diversi tipi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante - seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste e brughiere. Questo tipo di istituzioni io lo chiamo “istituzioni totali” ed è appunto il loro carattere generale che intendo qui analizzare 1 . Un’istituzione totale può essere definita come il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che - tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo - si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato. Le istituzioni totali “forzano alcune persone a diventare diverse: si tratta di un esperimento naturale su ciò che può essere fatto del sè” (Goffman, 1968). Nel suo contributo Goffman prende in considerazione cinque diversi tipi di istituzione totale, tra i quali gli ospedali psichiatrici e le prigioni. L’analisi che valeva per il manicomio, però, luogo estraniante ed es-clusivo della follia, non può essere altrettanto valida per il carcere che risulta essere invece un contenitore in-clusivo e socialmente intoccabile, nonché habitat dove si innescano dinamiche istituzionali non solo orientate da variabili interne 2 ma anche variabili interne/esterne 3 . In questo senso il carcere si configura come un’istituzione solo apparentemente chiusa ed invece fortemente permeabile ed influenzabile da quanto accade fuori, offrendo così l’immagine di un luogo in continua omeostasi tra le due dimensioni 4 . E’ pur vero che l’istituzione carceraria, nella società odierna, viene considerata il male necessario per garantire il bene comune, la risposta indispensabile al crimine. Da almeno due secoli a questa parte è diventata lo strumento principale di esecuzione della pena. L’istinto comune la vede come luogo di segregazione dentro il quale tenere rinchiusi i delinquenti, i devianti, i diversi in quanto nemici della società onesta (o che si presume tale), per punirli dei loro delitti e impedire che ne commettano altri. Il carcere come strumento utile, anzi necessario, alla difesa sociale dalle offese criminali. Fra la società libera e la società in galera il rapporto è 1 Goffmann E., Asylums: le istituzioni totali, i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Ed. Einaudi, Torino, 1968. 2 Ad esempio codici malavitosi, connivenze clientelari ed esercizi di razzismo. 3 Quali la riproduzione di gerarchie socio-economiche e la deprivazione sociale, le collusioni negative tra custodi e custoditi o la necessità di fornire rassicurazione sociale attraverso l’espiazione della pena. 4 E. Pirfo, A. Pellegrino, G. Gallicchio, A. Gentinetta, “Riflessione sul carcere come opportunità di cura”, in “La salute mentale in carcere. Psichiatria di collegamento in ambiente penitenziario”, (a cura di) L. Ferranini, P. F. Peloso, appendice, pag. 107.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Interfacoltà sociologia

Autore: Teresa Esposito Contatta »

Composta da 133 pagine.

 

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