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Evoluzione della comunicazione organizzativa in una Public Utility - il caso Poste Italiane

Informazioni tesi

  Autore: Davide Macchia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Antonio Cocozza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 229

In un mondo in cui la comunicazione assume un ruolo sempre più importante, se non fondamentale, ci si rende conto di non poter più fare a meno di interagire con la realtà che ci circonda.
Processi comunicativi di diversa natura, ci coinvolgono in ogni campo come in ogni relazione, umana, professionale, affettiva, economica, ed ancora oltre, così che la comunicazione diventa per noi prassi comune, di tutti i giorni verrebbe da dire, di ogni istante mi verrebbe da puntualizzare.
La comunicazione inter-personale abbraccia quella “inter-continentale”, così come le relazioni a lunga distanza affiancano lo scambio d’idee vis à vis.
Ormai non ci si fa più caso ed intanto accade che giorno dopo giorno siamo sempre più immersi nel cosiddetto, e forse a volte inflazionato, “Villaggio globale”, in cui “tutto”, in termini di informazione, diventa dominio di “tutti”.
Si può sostenere che nella società attuale, definita post-industriale, il forte aumento del bisogno di comunicazione dipenda sostanzialmente da due fattori riconducibili all’aumento del numero, dell’eterogeneità e dell’interdipendenza degli attori da un lato e, dall’altro, alla maggiore complessità della loro struttura organizzativa.
Nasce da qui la curiosità con il successivo studio, che ho presentato in questa tesi, del caso Poste Italiane, l’“emblema” degli sportelli ma anche, allo stato attuale, una grande realtà aziendale esempio di eccellenza ed affidabilità nel settore dei servizi.
La mia indagine potrebbe essere concepita come una sfida personale: cercare di sovvertire schemi e preconcetti, e parlare di comunicazione organizzativa partendo proprio da quel punto che era indicato come off limits per tale disciplina.

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Abstract A cosa serve una grande profondità di campo se non c'è un'adeguata profondità di sentimento? Eugene Smith L'etimologia della parola fotografia deriva dalla lingua greca; due parole: φως (phos) e γραφίς (graphis) riassumono l'atto fotografico: scrivere (grafia) con la luce (fotos). Come ogni buona “scrittura” che si rispetti, anche per fare fotografia bisogna seguire attentamente alcune regole, non solo “grammaticali” per poter “scrivere bene”, ma anche di carattere deontologico. Ciò accade soprattutto nel momento in cui l'oggetto della nostra indagine diventa un settore specifico della pratica fotografica: la fotografia documentaria e di reportage, quella fotografia che dovrebbe appunto “riportare” la realtà alla quale si assiste, esattamente così come avviene. Il racconto degli eventi per immagini si presta, sin dalla sua nascita, a rivestire i panni di testimone privilegiato del fare giornalistico. Il successo della fotografia degli esordi risiede anche in questa caratteristica, «la fotografia veniva considerata, in epoca di positivismo, un procedimento scientifico che non poteva falsare la realtà»1. Tale pretesa di autenticità è stata sin dall'inizio considerata come la forza e la debolezza, allo stesso momento, della fotografia. Forza laddove l'immagine ha rappresentato il documento di autenticità che un dato fatto è successo, che una data persona è esistita. Il fotografo deve avere, infatti, necessariamente presenti davanti l'obiettivo i soggetti che riprende. Compito che non spettava invece al pittore nel momento in cui aveva intenzione di riprodurre una scena. L'immagine dipinta era sempre un'interpretazione artistica di ciò che il pittore aveva davanti agli occhi, o semplicemente immaginava nella sua mente. Debolezza nell'istante in cui la capacità di assicurare all'osservatore la visione di un'immagine “certamente” autentica, è stata riconosciuta come un'arma di cui fotografi poco onesti e successivamente operatori della comunicazione, poterono servirsi per distorcere la valutazione del reale. Già un anno dopo l'invenzione ufficiale della fotografia, 1 Ciuffoletti Zeffiro, Tabasso Edoardo, 2005, Breve storia sociale della comunicazione, Roma, Carocci editore, p. 74 - 1 -

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