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Biotecnologie e biopolitica. L'estasi dell'uomo sperimentale

Informazioni tesi

  Autore: Diego Rossi
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Bioetica
Anno: 2008
Docente/Relatore: Paolo Amodio
Istituito da: Università degli Studi di Napoli - Federico II
Dipartimento: Filosofia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 341

La presente tesi analizza i rapporti che intercorrono tra le moderne biotecnologie, i cui progressi sono di evidente ed incalzante attualità, e la biopolitica, con una disamina delle conseguenze etiche sottostanti a un simile progresso, nel tentativo di proporre un quadro concettuale che possa offrire una bussola nel territorio assolutamente nuovo e ancora in gran parte sconosciuto in cui l’uomo attualmente si muove e che tenta di esplorare.
Per far questo, il lavoro parte da un’analisi terminologica dei termini chiave in questione, ed in particolare della biotecnologia, onde dotarsi di una strumentazione filosofica chiara ed efficace nell’affrontare le questioni prese in esame. Pertanto, in un primo tempo l'analisi si sofferma su una disamina storica e genealogica della tecnica e della tecnologia che costituiscono l’ovvio fondamento di un concetto quale la biotecnologia. Da una tale disamina, del resto, emergono già alcuni punti di contatto e motivi di riflessione riguardanti, da un lato, il virtuale (la realtà virtuale costituendo lo sfondo ontologico e la ragione ultima della tecnologia, secondo una lettura che emerge dall’analisi del virtuale inteso come processo di virtualizzazione già insito sin dalle origini nell’agire tecnico e solo poi estrinsecato in quella che viene definita realtà virtuale), dall’altro la biopolitica, laddove affiora nel concetto stesso di tecnologia l’idea di un controllo e di un dominio sulla natura volti ad un’economia della produzione industriale.
La tesi muove poi ad un’analisi più dettagliata delle biotecnologie, nel tentativo di rintracciarne l’essenza, ovvero di comprendere ciò che accomuna e che caratterizza le diverse pratiche che danno corpo a quell’insieme eterogeneo che sono appunto le biotecnologie. La chiave di tali tecniche è da ricercarsi, oltre che in una particolare visione del vivente sottoposto alla logica della produzione industriale (ciò che appunto, in buona sostanza, è la tecnologia), negli enormi progressi fatti nel campo della genetica che hanno condotto alla cosiddetta ingegneria genetica, ovverosia alla tecnologia del DNA ricombinante, e che hanno aperto all’uomo la possibilità di intervenire direttamente sul “codice sorgente”, per così dire, della vita. A ben guardare, secondo la tesi proposta, la stessa ingegneria genetica, perno della biotecnologia, è sostanzialmente fondata su una visione della realtà, ed in particolare del vivente, intesi in termini informatici: il codice genetico trova il suo stesso modello nel codice binario, entrambi ricondotti ad un insieme di bit di informazione che può dunque essere controllato e manipolato dall’uomo a scopi economici, industriali, politici.
La biopolitica si inserisce in questo tessuto, sia dal punto di vista delle comprensibili commistioni tra ricerca scientifica ed economia politica – la ricerca scientifica essendo di fatto fortemente influenzata da ragioni di mercato e da ragioni politiche, prima che da qualunque principio etico o morale – sia da un punto di vista ben più sostanziale: in ultima analisi, con le biotecnologie si apre un nuovo campo della biopolitica la quale se, parafrasando Foucault, aveva preso l’avvio dalla possibilità di mantenere in vita o ricacciare nella morte (a differenza del potere tradizionale che si imponeva come possibilità di togliere la vita) e quindi di gestione del vivente, ora si dota della possibilità ben più pervasiva di riprogrammare la vita stessa sin nei suoi stessi elementi costitutivi. Così, se nel ‘700 si trattava di individuare dei meccanismi di disciplinamento e controllo delle anime oltre che dei corpi, ora la pastorale, mutando la macchina di riferimento dall’orologio al computer, dall’automa al cyborg, sembra poter intervenire in anticipo sulla struttura stessa del vivente, stabilendo peraltro un disciplinamento non solo per gli uomini ma per qualunque organismo che può ora essere riprogrammato a piacere secondo la logica della maggiore produttività e della ragion di stato.

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6 1.1 – Sulla biotecnologia. Il termine biotecnologia è ormai ampiamente entrato nel vocabolario comune, usato – e sovente abusato – nel dibattito pubblico, così come nella riflessione etica e giuridica. Come prima definizione d‟ordine generale, per biotecnologia è da intendersi ogni forma di tecnologia in cui è l‟essere vivente il principale strumento usato per produrre un determinato effetto. È questo del resto il modo in cui, più o meno consapevolmente, il termine viene usato dai più, sia in ambito accademico e scientifico, sia – ma qui spesso è evidente una qualche incertezza – nel linguaggio comune. È chiaro che il termine discende direttamente da quello di “tecnologia”. Marcello Buiatti indica nelle tecnologie «gli strumenti ed i processi che sono alla base delle nostre strategie di trasformazione del mondo». Ne consegue, per l‟appunto, che «le biotecnologie sono tecnologie nelle quali sono gli esseri viventi ad essere utilizzati come strumenti per cambiare il mondo»1. Si può dire, dunque, che la biotecnologia sia l‟applicazione delle scienze biologiche per fini tecnologici o industriali2. Nella sua accezione più vasta, essa viene 1 M. Buiatti, Le biotecnologie, Il Mulino, Bologna 2004, p. 7. 2 Cfr. E. Lovell Becker (ed.), International Dictionary of Medicine and Biology, J. Wiley & Sons, 1986, alla voce “biotechnology”: «The application of the biological sciences, especially genetics, to technologic or industrial uses».

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