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La memoria della Resistenza. Il 25 aprile nei giornali della "Seconda Repubblica"

La memoria collettiva è il fondamento dell’identità nazionale, un valore unificante capace di mobilitare il sentimento di appartenenza; è una “corrente di pensiero continua, una continuità che non ha nulla di artificiale, poiché non conserva del passato che ciò che ne è ancora vivo, o capace di vivere nella coscienza di gruppo”. La memoria oltre a mantenere vivi l’essenza e i valori della storia importanti per costruire l’immagine del presente, per affrontarlo nel modo giusto e per creare un forte senso di identificazione e di rispetto nei confronti delle istituzioni dello Stato, ha anche un’importanza politica; infatti, i partiti possono usarla per gestire il consenso e per creare diverse “fazioni” della memoria, funzionali a legittimare se stessi o a delegittimare l’avversario.
La memoria della Resistenza e della liberazione, in quanto evento storico fondamentale per la nascita della Repubblica, è essenziale alla costruzione dell’identità degli italiani. L'uso politico a fini di legittimazione di determinate parti politiche che di quella memoria è stato fatto è, però, tra le cause per cui in Italia non si sia potuta affermare una memoria collettiva condivisa e per cui a tutt'oggi la festa del 25 aprile, che ufficialmente dovrebbe essere la festa della Repubblica e della democrazia, non sia radicata negli italiani e non possa rappresentare l'intera nazione, al pari del 14 luglio per i francesi, che al contrario non si riconosce in essa e la vede come una ricorrenza prettamente politica.
Questo fenomeno si accentua a partire dal 1994, con la vittoria elettorale delle destre e l'inizio della cosiddetta “Seconda Repubblica”, e da quando il centro-destra cerca di svincolare la memoria dai valori della Resistenza strumentalizzati per anni dalla sinistra al fine di ottenere una legittimazione politica. Negli ultimi anni acquista forza l'idea che il cinquantennio Repubblicano sia stato contrassegnato dalla storia dei vincitori: uno schieramento dei partiti “dell'arco costituzionale” e dei loro intellettuali in difesa di un'immagine mitica e celebrativa della Resistenza, quella che Renzo De Felice ha chiamato vulgata antifascista. D'altra parte però è ambigua la posizione di chi quei valori dovrebbe difendere, mi riferisco ai partiti della sinistra pronti alla mobilitazione antifascista solo nel momento in cui il centro-destra è al governo.
Nel corso della storia repubblicana molti storici hanno riconosciuto nella lotta di liberazione il momento fondante della Repubblica e, nonostante la pluralità di memorie divise presenti all'interno dello stesso schieramento antifascista, si è affermata una “memoria egemonica” celebrativa, il cosiddetto “paradigma antifascista”, tradotto nel cosiddetto “arco costituzionale”, all'infuori del quale non c'è legittimazione né a governare né a svolgere un ruolo di opposizione costituzionale a pieno titolo . Negli anni Novanta questa nozione e questa pratica vengono travolte dalla crisi dei partiti, i quali si sciolgono o modificano la loro identità. Ci si inizia a chiedere allora se quel paradigma possa ancora avere senso e se la Resistenza a cui esso si richiama debba avere quella centralità che le è stata riconosciuta.

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4 INTRODUZIONE La memoria collettiva è il fondamento dell’identità nazionale, un valore unificante capace di mobilitare il sentimento di appartenenza; è una “corrente di pensiero continua, una continuità che non ha nulla di artificiale, poiché non conserva del passato che ciò che ne è ancora vivo, o capace di vivere nella coscienza di gruppo”1. La memoria oltre a mantenere vivi l’essenza e i valori della storia importanti per costruire l’immagine del presente, per affrontarlo nel modo giusto e per creare un forte senso di identificazione e di rispetto nei confronti delle istituzioni dello Stato, ha anche un’importanza politica; infatti, i partiti possono usarla per gestire il consenso e per creare diverse “fazioni” della memoria, funzionali a legittimare se stessi o a delegittimare l’avversario. La memoria della Resistenza e della liberazione, in quanto evento storico fondamentale per la nascita della Repubblica, è essenziale alla costruzione dell’identità degli italiani. L'uso politico a fini di legittimazione di determinate parti politiche che di quella memoria è stato fatto è, però, tra le cause per cui in Italia non si sia potuta affermare una memoria collettiva condivisa e per cui a tutt'oggi la festa del 25 aprile, che ufficialmente dovrebbe essere la festa della Repubblica e della democrazia, non sia radicata negli italiani e non possa rappresentare l'intera nazione, al pari del 14 luglio per i francesi, che al contrario non si riconosce in essa e la vede come una ricorrenza prettamente politica. Questo fenomeno si accentua a partire dal 1994, con la vittoria elettorale delle destre e l'inizio della cosiddetta “Seconda Repubblica”, e da quando il centro- destra cerca di svincolare la memoria dai valori della Resistenza strumentalizzati per anni dalla sinistra al fine di ottenere una legittimazione politica. Negli ultimi anni acquista forza l'idea che il cinquantennio Repubblicano sia stato contrassegnato dalla storia dei vincitori: uno schieramento dei partiti “dell'arco costituzionale” e dei loro intellettuali in difesa di un'immagine mitica e celebrativa della Resistenza, quella che Renzo De Felice ha chiamato vulgata antifascista. D'altra parte però è ambigua la posizione di chi quei valori dovrebbe difendere, mi riferisco ai partiti della sinistra pronti alla mobilitazione antifascista solo nel momento in cui il centro-destra è al governo. Nel corso della storia repubblicana molti storici hanno riconosciuto nella lotta 1 M. Halbwachs, La memoria collettiva, Unicopli, 1987, p.89.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Anna Lisa De Mattia Contatta »

Composta da 199 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1190 click dal 05/05/2009.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.