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Realismo e psicologismo nella novella ''Il rosario'' di Federico De Roberto

Informazioni tesi

  Autore: Matteo Chiani
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Claudio Milanini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 37

La novella Il rosario esce nel 1890 all’interno di una raccolta intitolata Processi verbali; come lo stesso autore avverte nell’introduzione, si tratta di una raccolta ispirata ai più rigorosi criteri di impersonalità, vale a dire un tipo di scrittura che eviti accuratamente qualsiasi tratto di narrazione psicologica. È interessante tuttavia notare come il vero centro di interesse di questa novella siano non “i fatti” esteriori e visibili ma tutti i movimenti interiori dei personaggi, e come il mondo al suo interno vari e cambi in corrispondenza dei cambiamenti psicologici di questi, che partendo da una situazione di maturità mutilata e di coscienza bloccata ad un io infantile si evolvono fino ad un’emotività adulta e indipendente.
Anche la spazialità del racconto è funzionale a questo scopo: la scena iniziale presenta infatti le tre donne protagoniste in una situazione di confine, all’uscio del giardino, che diventa quindi il corrispettivo di una situazione psicologica di impasse dalla quale è per il momento impossibile uscire; significativamente, si allontaneranno da questa zona, fisica e psicologica, nel momento in cui cominceranno ad acquistare maggiore consapevolezza di sé e della necessità di operare qualche cambiamento, mentre addirittura Caterina, il cui arco di trasformazione sarà il più completo, ne uscirà per recare soccorso alla sorella a dispetto dei divieti materni sancendo così la sua crescita definitiva; il rosario, momento conclusivo di affermazione di sé, ha luogo infatti all’interno della casa, lo spazio che figura il luogo più privato e profondo della coscienza di ognuno.
Analogamente, come lo spazio è rivelatore dell’interiorità delle tre sorelle, anche i personaggi di contorno, in cui è riconoscibile l’archetipo del messaggero, diventano determinanti per la perspicuità dell’evoluzione psicologica dei personaggi; se infatti i richiami grossolani e concitati della comare Angela a mettere giudizio e quindi a crescere rimangono inizialmente inascoltati, essi hanno però l’effetto di mettere in moto una presa di coscienza che l’intervento di un altro messaggero, sebbene più debole, riuscirà a trasformare in impulso all’azione.
Anche le azioni e gli atteggiamenti delle tre sorelle cambiano con l’evolversi della loro coscienza, così come cambia il loro trattamento da parte dell’autore, che all’inizio le ritrae in maniera collettiva, tutte quante tese a negare la gravità di quanto avviene; dal momento del loro abbandono da parte della comare Angela esse, ormai costrette ad una scelta, cominciano ad agire. È il momento in cui Caterina emerge sulle altre prendendosene carico; la sua fuoriuscita dal cancello, momento centrale del racconto, che strutturalmente subisce un’inversione, rappresenta la sua fuoriuscita dallo stadio emotivamente infantile in cui si trovava prima e segnala la conclusione del suo percorso di formazione, che di lì a poco sarà messo in discussione dall’incontro – scontro con la madre.
Tutto il racconto è in realtà orchestrato in funzione di questo momento, e ancora una volta la sua collocazione non è casuale, perché avviene solo quando Caterina è pronta per sostenerlo, cioè a un certo punto della sua crescita. La figura della madre rappresenta l’oggettivazione di tutte le precedenti mancanze delle sorelle quali responsabilità, autosufficienza ed emotività adulta, in lei declinate in autoritarismo; in questo senso essa è assimilabile all’archetipo dell’ombra, quella zona di noi stessi con cui lottiamo sempre per contrastare cattive abitudini e vecchi timori, che se lasciata inespressa può trasformarsi in ostacoli e paure insuperabili.
Anche il linguaggio del narratore ha una sua precisa collocazione nell’economia della vicenda: De Roberto mette in scena un dialogo svelto e scarno, che anziché essere comunicazione diventa isolamento, allontanamento dell’altro da sé: è riconoscibile la volontà di evitare la narrazione, di annullare ogni intreccio con i suoi poli tradizionali di un inizio e una fine, così da dare al materiale narrativo una dislocazione unidimensionale che insinua una suggestione di immobilità. Il gioco della “quinta straniante”, la preghiera finale, assolve proprio a questo compito, quello di rappresentare una controspinta negativa a qualsiasi manovra razionalizzatrice: Il rosario racconta di una paralisi spirituale che si rispecchia in una paralisi del discorso.

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1 1. Il mondo del Rosario: la fusione di realismo e psicologismo La vicenda rappresentata nella novella Il rosario ha per oggetto, coerentemente con l’interesse maturato da De Roberto nel corso di tutta la produzione novellistica, principalmente la descrizione di un’anima: siamo in presenza infatti di un vero e proprio percorso interiore che dalla situazione iniziale conduce a esiti finali particolari, propri cioè dell’interiorità specifica di un personaggio. Tutti gli avvenimenti sono orchestrati dal narratore in funzione di questo percorso, e tutti i dati – esterni, interni, relazionali e ambientali – sono funzionali al movimento interiore della protagonista, Caterina Sommatino. Tale indicazione non deve tuttavia suggerire l’idea che sulla scena del racconto sia presente solo lei, o solo la sua situazione psicologica; è questa una novella in cui la dimensione corale ha un ruolo importante, e fa da pendant con l’individualità di Caterina: se questa infatti può essere chiamata protagonista in virtù della sua evoluzione, del suo cambiare maggiormente rispetto agli altri, è vero anche che De Roberto crea un’altra figura di grande rilievo e importanza, donn’Antonia, che pur non presentando tratti di umanità quali dubbi, incertezze o ripensamenti (e forse proprio per questo) campeggia solenne per tutta la seconda parte del racconto. È, il percorso di Caterina, un itinerario con tappe precise, che corrispondono ciascuna ad uno scatto emotivo; esse sono tutte necessarie e non corrispondono, come in altre novelle, ad artifici retorici o espedienti esteriori, ma riescono con la loro potenza evocativa a fare progredire la trama su tutti i piani, siano essi esteriori o interiori. In questa novella ogni cambiamento esteriore esercita una pressione sul mondo interiore, che ne è quindi modificato di volta in volta: la psiche è fusa con il corpo, e la vicenda è sospesa fino alla fine; non assistiamo ad un naufragio inesorabile, non ci sono più personaggi succubi delle loro manie e incapaci di ribellarsi ad esse, quali si incontrano per esempio in racconti come La disdetta, che apre la raccolta intitolata La sorte. Esiste nel Rosario un mondo che, per quanto caratterizzato quasi unicamente attraverso i dialoghi, si compone di anime vive e non di simboli; sono esse volontà contrastanti e contrastate al loro interno, tanto che la loro contraddittorietà può essere vista come un’anticipazione di esiti sveviani o pirandelliani, nel senso

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