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Gli strumenti finanziari derivati nell'attività bancaria

Informazioni tesi

  Autore: Fabiana Gallo
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Finanza
  Relatore: Marco Sepe
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 160

Il presente elaborato ha l’obiettivo di analizzare gli elementi che hanno determinato la diffusione dei derivati, il ruolo che questi hanno assunto all’interno del business bancario nonché il loro trattamento prudenziale e contabile.
Il primo capitolo - Gli strumenti finanziari derivati - cerca di spiegare come alcuni fattori, tra i quali particolare rilievo assume il processo di disintermediazione, abbiano spinto gli operatori economici a cercare nuovi spazi operativi e nuove possibilità di investimento per soddisfare esigenze finanziarie sempre più complesse. In questo contesto si collocano i derivati, la cui profittabilità può assumere due diverse configurazioni: da una parte un ricavo da commissioni per il collocamento di strumenti emessi da soggetti terzi, dall’altro ricavi o perdite dovuti all’assunzione di posizioni in proprio, verso i clienti o verso altri intermediari.
L’elaborato prosegue con la descrizione delle quattro fattispecie base (futures, forwards, opzioni e swaps) nonché con una panoramica generale relativa alle nuove tipologie di derivati che l’ingegneria finanziaria ha creato.Per quanto riguarda l’inquadramento giuridico, il legislatore ha recepito questa nuova categoria di prodotti all’interno dell’ordinamento per la prima volta nel 1991, poi definitivamente con il Testo unico della finanza del 1998, all’interno del quale viene precisata la loro appartenenza all’insieme degli strumenti finanziari.
Nel secondo capitolo - Collocamento e sottoscrizione dei derivati - viene affrontato il tema delle regole di comportamento che gli intermediari devono rispettare nell’offerta di derivati, nonché alcuni casi pratici in cui il mancato rispetto di tali regole o magari la sprovvedutezza degli investitori hanno portato a perdite molto elevate.
Il terzo capitolo - I requisiti patrimoniali - passa in rassegna i rischi che sono connessi alla detenzione di una posizione in derivati, nonché la relativa copertura patrimoniale che l’intermediario deve detenere. Tali rischi sono: il rischio di credito, il rischio di mercato, il rischio operativo e, infine, il rischio di liquidità.
Il quarto capitolo - I derivati nel bilancio delle banche - si apre con l’evoluzione della rappresentazione in bilancio dei derivati a partire dal decreto legislativo 27/1992 fino ai nuovi principi contabili internazionali. Prima dell’introduzione degli IAS/IFRS, i derivati erano rappresentati come esposizioni “fuori bilancio” tra gli “impegni”. I nuovi principi contabili internazionali hanno apportato notevoli cambiamenti in tema di redazione del bilancio. Innanzitutto, la logica contabile non è più basata sulla natura o forma tecnica dello strumento bensì sulla sua destinazione funzionale. L’introduzione del metodo del fair value, per la rilevazione dei derivati, è stato inizialmente enfatizzato in quanto in grado di riflettere in modo pressoché immediato il valore dello strumento, rendendo, quindi, l’informativa aderente alle effettive condizioni di mercato. Tuttavia, non si è considerato che, in momenti di tensione dei mercati, il valore di mercato di tali strumenti potesse essere molto volatile e non rappresentativo delle effettive condizioni del titolo.
L’elaborato si conclude con il capitolo cinque - Finanza innovativa, fallimenti e regolamentazione - con una panoramica dei casi in cui l’utilizzo di derivati ha determinato il fallimento di banche, fondi di investimento e imprese non finanziarie. Ciò che si è voluto sottolineare è il fatto che in tutti questi casi, non è stato l’utilizzo dei derivati in sé a creare danni, quanto il suo utilizzo in modo eccessivamente aggressivo.
Per quanto riguarda la crisi dei subprime, il coinvolgimento dei derivati è avvenuto nel momento in cui, dopo aver erogato consistenti quantità di prestiti, le banche hanno cercato di trasferire parte del rischio attraverso la cartolarizzazione, trasformando questi debiti in prodotti finanziari strutturati. A fronte delle conseguenze molto gravi causate da questa crisi, da più parti ci si è interrogati su cosa non abbia funzionato. La risposta è senza dubbio legata al fatto che negli ultimi anni si è assistito all’evoluzione del business model delle banche: dal classico buy and hold all’originate to distribute. Tuttavia in molti hanno ritenuto che tale crisi fosse stata indotta dalla nuova regolamentazione in materia di requisiti patrimoniali, il Secondo Accordo di Basilea. Dall’analisi effettuata, l’Accordo mostra molte lacune e molti punti deboli che probabilmente avrebbero potuto aggravare l’evolversi della crisi, tuttavia ad esso non può attribuirsi tale responsabilità in quanto entrato in vigore troppo tardi per generare tali effetti.

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1 Capitolo I – Gli strumenti finanziari derivati: caratteristiche e funzionamento 1 Introduzione Nell’ultimo trentennio il mondo finanziario è stato protagonista di grandi cambiamenti. A partire dagli anni Ottanta la mancanza di una compiuta regolamentazione dei mercati finanziari1, la disintermediazione2 e le periodiche crisi che hanno colpito il mercato dei cambi hanno indotto gli operatori economici a cercare nuovi strumenti e nuove modalità operative che permettessero loro di affrontare nel miglior modo possibile i mutamenti in corso. In questo contesto si collocano gli “strumenti finanziari derivati”, frutto di un ampio processo di innovazione finanziaria, il quale ha determinato, non solo l’introduzione di nuovi strumenti e prodotti, ma anche modifiche nella struttura stessa dell’intermediazione finanziaria. La progressiva rimozione delle restrizioni in tema di cambi e di accesso degli operatori ai mercati3 ha favorito un aumento consistente delle contrattazioni sui mercati finanziari. Il graduale processo di disintermediazione ha portato gli intermediari finanziari ad ampliare la loro attività di offerta di servizi sui mercati valutari e dei capitali. Essi si sono quindi indirizzati verso attività quali la negoziazione di strumenti finanziari, ivi compresi i derivati, nonché le emissioni di prodotti strutturati realizzate per conto della clientela. In questo contesto, determinante è stato il ruolo svolto dall’innovazione finanziaria, sostenuta dalla ricerca da parte degli operatori economici di strumenti 1 Tale circostanza è emersa nei primi anni Novanta quando la crescita dei rapporti finanziari con soggetti esteri, conseguente all’intensificarsi degli scambi commerciali, ha mostrato la necessità di assicurare adeguati livelli di trasparenza operativa e di introdurre regole che disciplinassero lo scambio di prodotti finanziari. 2 Il fenomeno della disintermediazione consiste nell’adozione di metodi di finanziamento diretto, fondati sull’emissione e lo scambio di titoli negoziabili, tra operatori in deficit ed operatori in surplus, sui mercati mobiliari, primari e secondari, a scapito di quelli bancari. 3 La tendenza alla deregulation cominciò nel Regno Unito nel 1979 con l’abbandono dei controlli sui cambi e, nel 1980, quando la Svizzera tolse le restrizioni sui cambi relative ai depositi denominati in franchi svizzeri dai non residenti. Nel corso degli anni Ottanta si ebbero nuovi cambiamenti al fine di consentire a sempre più individui, enti e istituzioni l’accesso ai mercati esteri. Gli Stati Uniti nel 1981 rimossero molte restrizioni sul commercio internazionale delle banche.

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