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La redenzione dell'infanzia nell'opera di Walter Benjamin

Informazioni tesi

  Autore: Simona Bisighini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lettere
  Relatore: Amelia Valtolina
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 46

Walter Benjamin appartiene ad una particolare classe di collezionisti, quella degli amanti dei vecchi libri dimenticati.
Ogni libro è per lui un “quadro” del passato e rappresenta la costellazione critica da cui è nato; per questo motivo viene recuperato dal materialista storico, che, nella veste di collezionista, lo salva dall’oblio, affinché non vadano scordati né coloro che l’hanno creato, né quei contemporanei che con la loro anonima servitù l’hanno reso possibile.
Proprio dall’assenza di una qualsiasi voglia prospettiva ottimistica, dalla disillusione circa il corso delle cose, nasce lo sforzo di restituire alla vita gli inappariscenti libri per l’infanzia, che, rivolgendosi ad un mondo di fantasia ed incantesimi, sono considerati produzioni di secondaria importanza, esclusi dalla “seria” letteratura ufficiale e per questo estranei alla piattezza filistea del sistema storico-culturale.

Quindi salvare la produzione letteraria come quella infantile, marginale nei processi produttivi, significa rivolgersi ad un humus ancora fertile, che pone al servizio del critico le sue energie interne, trasgressive rispetto agli ideali culturali della borghesia dominante: i materiali “pericolosi”, che emergono dall’esperienza infantile, trovano una loro sede privilegiata nei libri per bambini, non ancora colonizzati dagli specialisti; strappati alla necessità di essere utili e alle leggi del consumo, rigettati dall’economia capitalista, questi oggetti fuori moda salvati dal collezionista, sono l’ultima risposta possibile per controbattere alla misère dell’oggi storico.

Infatti solo l’esperienza ‘auratica’ che coglie le cose nel momento indissolubile del loro apparire, creando una sorta di impalpabile involucro, mantiene l’immagine nel tempio del ricordo e la protegge dalla decomposizione e dalla profanazione, trasformandola in qualcosa di unico e irripetibile. Ma l’aura, che contraddistingue la dimensione magico-cultuale dell’esperienza, è scomparsa ormai dalla vita regolata e denaturata delle masse civilizzate.
Per questo motivo Benjamin si occupa amorevolmente delle macerie, dei torsi sottratti al tempo, dei residui; li colleziona e riordina; li salva dall’oblio perché in essi aspira a stringervi monadologicamente il Tutto: negli scarti della produzione borghese, perché fuori dalle leggi di mercato, quindi autentici e rivoluzionari; nei libri per bambini, perché in essi si riscopre lo sguardo incantato di una nuova comunione con la realtà; nei ricordi dell’infanzia, echi pieni di presagi e promesse, che danno nuovo vigore alla rammemorazione, come condizione necessaria del vivere e del fare esperienza; nelle immagini cristallizzate del passato, perché esplodono arrestando il continuum mitico della storia e aprono le porte al giorno del giudizio, quello dell’arrivo del Messia e della rivoluzione, oltre il quale non c’è rinvio o progredire.
La redenzione come momento di recupero e riscatto che riporta ad unità i frammenti dell’accadere nell’attimo della cessazione di ogni divenire è procrastinata per Benjamin ad un’«epoca anteriore affatto determinata». Noi possediamo solo i frammenti, schegge disperse del prisma in cui riluce ancora, riflessa come sulla superficie di uno stagno, una fioca luce di salvezza: in questa Benjamin ripone la propria speranza.

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1. IL COLLEZIONISTA DELL’INFANZIA Il susino Nel cortile c’è un susino. Quant’è piccolo, non crederesti. Gli hanno messo intorno una grata Perché la gente non lo pesti. Se potesse, crescerebbe: diventar grande gli piacerebbe. Ma non servon parole: quel che gli manca è il sole. Che è un susino, appena lo credi Perché susine non ne fa. Eppure è un susino e lo vedi Dalla foglia che ha. B. BRECHT, Poesie di Svendborg Walter Benjamin, figlio di una famiglia borghese ebrea, nasce a Berlino nel 1892 e muore, probabilmente suicida, a Port-Bou, località di frontiera tra la Francia e la Spagna, nel 1940 mentre fugge dai nazisti. Molti si sono avvicinati con intento critico alla sua opera, in alcuni casi cogliendo solo in parte il carattere multiforme della sua produzione, che elude la limitatezza delle interpretazioni che vogliono dirsi conclusive, sfuggendo qualsiasi stretto inquadramento concettuale. La pretesa di fissare il suo pensiero in categorie definite comporta il rischio di non riconoscere tutte le sfumature dell’opera 1 ; beninteso, Benjamin stesso ha fatto in modo che l’impostazione teorica dei suoi scritti, la quale si muove agevolmente fra influssi culturali differenti (metafisica e materialismo storico, mistica ebraica e comunismo) rispondesse ad un’inafferrabilità immediata, tanto che lo stesso Scholem, amico intimo dell’autore, parla di una «incomprensibile smania di fare il misterioso» 2 ; ma proprio la sensazione che Benjamin custodisca un segreto, l’ha reso un personaggio così affascinante per il nostro secolo. Quasi fosse un “genio” eclettico, la poliedricità degli interessi, la straordinaria ricettività e la singolare capacità di intendere e percepire aspetti differenti della 1 Il filosofo berlinese mostra, infatti, una spiccata tendenza ad evitare qualsiasi tipo di inquadramento, a non accettare codificazioni, sia stilistiche, sia di pensiero, ad esprimere semmai dubbi sulla loro capacità di giungere senza indugi alla verità. 2 G. Scholem, Walter Benjamin. Storia di un’amicizia, Adelphi, Milano, 1992, p. 108. 2

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